Referendum intossicato dallo scontro politico

ITALIA. Nata male, la questione della divisione delle carriere dei magistrati è finita peggio. Destino amaro, quello delle modifiche-aggiornamenti del testo costituzionale. Sono passati 80 anni dall’apertura del cantiere che ha sfornato la «Costituzione più bella del mondo» e di quel clima di condivisione della sua stesura non c’è (quasi) più traccia.

Se pensiamo alle fratture ideologiche che allora separavano, e contrapponevano, le forze politiche al momento del varo della Costituzione, si tocca con mano il cambio di clima che si è consumato tra Prima e Terza (?) Repubblica. L’Italia, uscita dalla guerra e dalla dittatura, non prometteva nulla di buono. Si presentava con un sistema politico attraversato da fratture ideologiche laceranti. Dc da una parte, Fronte popolare (Pci e Psi) dall’altra: due campi ostili, sostenitori di modelli di società alternative, senza possibilità di mediazioni: capitalismo vs comunismo. C’era da aspettarsi il disastro al momento di affrontare la sfida della costruzione dell’assetto istituzionale della neonata Repubblica. E invece, nulla di tutto questo si verificò. Le divisioni ideologiche non impedirono che i nemici politici collaborassero nel disegnare la Carta costituzionale. Ne uscì anzi un testo forte, che ha resistito fino ad oggi, superando senza troppi danni le dure prove di un’epoca dominata dalla Guerra fredda.

Lo scontro politico

Il confronto con lo scontro politico che ha fatto divampare ogni proposta di correzione del testo costituzionale mette in luce l’incapacità del mondo politico post-Prima Repubblica di tenere distinte politica di partito e politica istituzionale. La prima è, per sua natura, partigiana, la seconda pretende un sentire comune di appartenenza alla stessa comunità di destino. Il paradosso è che proprio dopo che le posizioni delle forze politiche si sono enormemente avvicinate sul tema dei valori fondamentali di democrazia e di libertà, correggere anche un solo aspetto istituzionale del nostro ordinamento costituzionale è diventato una mission impossible: questo ci dicono i numerosi tentativi velleitari con governi di diversa appartenenza politica. Solo il parlarne ha fatto scoccare una scintilla che ha incendiato il sistema politico. Chi c’ha provato (prima Berlusconi col referendum del 2006, poi Renzi col referendum del 2016) s’è trovato a fare i conti con aperte smentite o addirittura con devastanti sconfessioni.

La divisione delle carriere

Era perciò scontato che anche la proposta di divisione delle carriere dei magistrati facesse scoppiare la rissa. Le distanze ideologiche tra destra e sinistra si sono accorciate, ma le loro posizioni quando si tratta di aggiornare l’assetto istituzionale (vuoi col superamento del bicameralismo, il rafforzamento del potere esecutivo vuoi col consolidamento della democrazia dell’alternanza o col ridisegno della carriera dei magistrati) proprio no. Si rinnova uno scontro che, oltre a bloccare ogni riforma, crea anche danni politici collaterali. Forse il più importante è quello che ha investito lo stesso istituto referendario. Il referendum fu concepito come un’integrazione di democrazia diretta all’impianto rigorosamente rappresentativo del nostro ordinamento istituzionale. Avrebbe dovuto offrire l’opportunità agli elettori di abrogare una legge o - nel caso di modifiche costituzionali - di investire i cittadini del potere di approvare o meno la modifica costituzionale introdotta. S’è trasformato invece in un nuovo strumento utile a regolare i conti tra le forze politiche. Così oggi è tornato ad esserlo sul tema della magistratura. Il merito della questione, complice anche la materia particolarmente complessa, è stato surclassato dalla soverchiante spinta a consumare un regolamento dei conti tra governo e opposizioni. Diversamente dei partiti del primo dopoguerra, quelli del terzo millennio si sono dimenticati che la democrazia dell’alternanza vive sì di proposte di governo alternative, ma non di scontri sui fondamentali della vita istituzionale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA