Referendum, rush finale con la «trappola Renzi» che resta sullo sfondo
ITALIA. Il No sembra in vantaggio nei sondaggi: il centrodestra ha un solo modo per tentare di ribaltare la situazione.
A un mese dal referendum i partiti imboccano l’ultimo miglio della campagna, quello determinante e, naturalmente, più pericoloso. Se dobbiamo stare ai sondaggi, in questo momento sarebbe in vantaggio il No, e il fronte della sinistra già festeggia, esattamente come fino a qualche settimana fa festeggiava il fronte del Sì, ossia il centrodestra più un pezzetto di sinistra, lato riformista. La verità è che tutto dipenderà da quanti andranno a votare, ossia quanti abituati ad astenersi saranno indotti dall’una e dall’altra campagna di propaganda a disturbarsi in quel fine settimana e ad andare ad un seggio.
Gli errori
È lì la chiave, e nessuno sa veramente come fare per portare a casa il miglior risultato. Sanno però tutti benissimo come è sbagliato fare: alzare il volume delle polemiche, arrivare allo scontro corpo a corpo, agitare bandiere da pirati, tutte tecniche in cui finora sono caduti sia gli uni che gli altri, Anm compresa, ma si sono distinti sia il ministro della Giustizia Nordio sia il procuratore di Napoli Gratteri , due scivoloni rispetto ai quali è dovuto intervenire Mattarella in persona andando a presiedere per la prima volta in undici anni il Csm in seduta ordinaria per ricordare che le istituzioni si rispettano sempre e da qualunque spalto. Nordio ha quasi chiesto scusa, in ogni caso ha promesso di adeguarsi, ma il gong dell’arbitro ha segnato una pausa sin troppo breve.
Il ruolo di Meloni
Ora, mettiamo che abbiano ragione i sondaggisti che danno il No come il partito vincente. Il centrodestra ha un solo modo per tentare di ribaltare la situazione: occorre che Giorgia Meloni ci metta seriamente la faccia e che si intesti la battaglia.
Ora, ricorderà il lettore che la presidente del Consiglio aveva tentato di «depoliticizzare» il referendum. Aveva detto: votate sulla bontà o meno della riforma che abbiamo fatto, non sul governo o su di me perché tanto noi resteremo a Palazzo Chigi fino alla fine della legislatura, qualunque sarà l’esito del 22 e 23 marzo. Ma è chiaro che se invece adesso è costretta dai sondaggi a caricarsi la campagna per il Sì sulle sue sole spalle, immediatamente cade nella «trappola Renzi», ossia indirà una scommessa su se stessa.
La «trappola Renzi»
Renzi la perse e si dimise, nessuno in questo momento può dare a Giorgia Meloni rassicurazioni su cosa accadrebbe a lei. Ha provato sinora, la premier, ad attaccare singoli casi di sentenze o decisioni della magistratura a suo giudizio sbagliate facendo intendere implicitamente che la riforma darebbe ai cittadini una vera garanzia di equità da parte di chi giudica.
Ma evidentemente – sempre che il sondaggio Ixè sia giusto nel dare il No avanti di 4 o 5 punti – non è bastato: bisogna proprio dire più apertamente, votate sì per dire sì a me e al governo che presiedo.
Il rischio
Molto rischioso. La sinistra guarda la scena e si rende conto di avere un vantaggio tattico (sicuro) oltre che numerico (previsto): era partita perdente, adesso vede la premier in una situazione molto simile ad un vicolo cieco. Non dovrebbero sottovalutare l’abilità di Meloni, beninteso, però non c’è dubbio che la situazione ad oggi sia così messa. La partita dunque è destinata a spostarsi fatalmente sul governo e la sua premier, nei prossimi trenta giorni di questo si discuterà e su questo le tifoserie si scalderanno.
Del resto è esattamente ciò che è già accaduto in tutti i referendum confermativi del passato; perché quello sulla separazione delle carriere dovrebbe fare eccezione?
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