Riforme e mozioni, fibrillazioni a destra

POLITICA. Nel giorno in cui in Parlamento il modello di «premierato» cui Giorgia Meloni tanto tiene - ma che suscita maldipancia tra parlamentari anche autorevoli come Marcello Pera («Lo accolgo senza entusiasmo»), e i sospetti degli alleati leghisti e forzisti - il centrodestra si prepara al tour de force per respingere le mozioni di sfiducia contro Salvini e Santanchè.

L’uno accusato dalle opposizioni di avere una posizione in politica estera non compatibile con lo schieramento dell’Italia a fianco della Nato, dell’Ue e degli Stati Uniti contro la Russia di Putin e la sua invasione dell’Ucraina. L’altra coinvolta in una vicenda giudiziaria sempre più articolata che potrebbe dar luogo a breve anche ad un rinvio a giudizio (che tuttavia la Santanchè, nell’ultima versione delle sue dichiarazioni, non considererebbe sufficiente per dare le dimissioni). Le due mozioni dovranno essere prima discusse e poi votate in modo tale da evitare che i parlamentari dei partiti alleati e concorrenti si facciano sgambetti reciproci: per questo i capigruppo Foti, Barelli e Molinari stanno lavorando ad un compromesso procedurale tale per cui nessuno possa permettersi dispetti. Per la stessa ragione i vari gruppi non tollereranno defezioni: niente voli di ritorno prima di venerdì.

Il tentativo sarebbe quello di far votare entrambe le mozioni nella giornata di domani, secondo una logica «a pacchetto». È una complicazione che rispecchia fedelmente il clima di sospetti e riserve che si respira nel centrodestra alla vigilia delle elezioni di giugno nelle quali l’implacabile sistema elettorale proporzionale«peserà» ciascun partito per la sua dimensione reale, e dunque è chiaro che la concorrenza sia forte. La previsione più realistica è che le due mozioni delle opposizioni saranno normalmente respinte da una maggioranza condotta a compattarsi di fronte alla mossa dell’avversario, e non si farà prevalere la tentazione di fare un dispetto a Salvini, indebolendolo prima delle Europee, o alla Santanchè provocando, con il suo allontanamento dal governo, un vulnus alla compagine che finirebbe per riverberarsi su Giorgia Meloni.

Tutto insomma andrà come vorranno i registi (il contrario significherebbe crisi di governo). E tuttavia l’opposizione ha colto almeno due risultati. Il primo è che la Lega ha diffuso una dichiarazione ufficiale in cui dice che la collaborazione con «Russia Unita», il partito di Putin, ha perso di effettività al momento dell’invasione dell’Ucraina, e questo appare come un dietrofront rispetto a molte parole pronunciate nel tempo anche recente dallo stesso Salvini. Il quale deve anche vedersela con un nutrito gruppo di amministratori, ex deputati e consiglieri regionali che gli chiedono un sostanziale cambio di rotta nelle sue alleanze europee e nello stesso tempo silurano la ventilata candidatura del generale Vannacci.

Il secondo risultato è che, dopo una mozione parlamentare di sfiducia, ancorché respinta, un eventuale rinvio a giudizio della Santanchè avrebbe un rafforzato potere sanzionatorio e condurrebbe quasi automaticamente alle dimissioni.

Questo dunque è il clima. Ma torniamo alla notizia con cui abbiamo cominciato: la graduale emersione in Parlamento della riforma del premierato così osteggiata da costituzionalisti più noti. Tutti sanno che in ballo ci sono parecchi punti ancora da ridefinire come il premio di maggioranza (che sarebbe «sproporzionato» secondo Pera) e soprattutto la legge elettorale che dovrebbe accompagnare l’elezione diretta del premier (a quel punto lo si dovrebbe definire correttamente così, e non più presidente del Consiglio).

Su questo a Palazzo Chigi non si sbottonano aumentando le fibrillazioni sia in Forza Italia, che nutre riserve sulla riforma, sia nella Lega che si preoccupa che il «suo» progetto sull’autonomia regionale cammini in parallelo e non finisca su un binario morto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA