Scalo merci, un’emergenza che richiede una risposta
IL COMMENTO. Una canzone di Ivano Fossati, si chiama «Panama», racconta di un infinito viaggio in mare dove la meta pare sempre lì, prossima ad apparire. Ma a un certo punto tutto si chiude con un brusco «il nostro porto d’attracco non dà segno di sé».
E dal porto all’interporto il passo è automatico così come il rischio di ripetersi per l’ennesima volta. Sul fatto che un nuovo scalo merci sia necessario per un’economia come quella Bergamasca non ci sono (né ci potrebbero essere...) dubbi di sorta, sul fatto che gli anni continuino a passare e che non ve ne sia ancora traccia, pure. Le interlocuzioni sono in corso, v iene assicurato, ma allo stesso tempo si aspettano progetti concreti e sostenibili. E anche interlocutori affidabili, è di tutta evidenza.
In una situazione così stagnante ci assumiamo comunque il rischio di essere ripetitivi, riprendendo pari pari le parole di un grande dell’imprenditoria bergamasca, Roberto Sestini, già presidente della Camera di Commercio: «Se non comprendiamo fino in fondo che la logistica è alla base della nostra competitività, difficilmente potremo andare incontro a una nuova stagione di sviluppo». Le aveva pronunciate giusto 20 anni fa in un convegno, le avevamo riportate nel settembre 2023 in occasione della chiusura di ciò che rimaneva dello scalo merci nel capoluogo, le ripetiamo ancora.
In quell’occasione si era paventato il rischio di ritrovarsi su un binario morto in assenza di una nuova piattaforma intermodale in grado di servire il nostro territorio, e lo scenario è sempre più reale. Nella denuncia (ma in realtà è soprattutto un appello) delle società che gestivano l’area del capoluogo c’è un passaggio che fa molto riflettere: «Forse la politica vedendo che dopo il 2023 abbiamo continuato a lavorare ha pensato che, in fondo, lo scalo merci non fosse così indispensabile». Perché di riffa o di raffa il mondo produttivo bergamasco non di quelli abituati a stare con le mani in mano o trincerarsi dietro problemi che dovrebbero venire risolti da altri: nell’attesa una soluzione in qualche modo la trova, sperando sempre in qualcosa di davvero risolutivo. Che, pur con tutte le rassicurazioni del caso, continua però a non vedersi.
Lo conferma anche l’invito pressante di Confindustria laddove ricorda che la Bergamasca esporta il 20% della propria produzione. E viene sempre in mente quell’imprenditore della Valle Seriana che rilevava come i suoi prodotti, fortemente innovativi, perdessero un tot di competitività appena varcata la soglia dello stabilimento. Lo diceva una ventina d’anni fa, in questo arco di tempo parecchie attività si sono strategicamente spostate più vicino ai grandi assi di scorrimento, la Brebemi su tutti, ma ora il rischio di essere tagliati fuori da un quadro che si fa giorni dopo giorno sempre più ampio e competitivo è lì che si staglia all’orizzonte. Nemmeno tanto, a dirla tutta è già qui.
La verità è che non esiste un giudice così impietoso come il tempo che passa e questo ci dice che della vicenda Interporto nelle sue mutevoli sfaccettature logistiche, geografiche e societarie si parla da qualcosa come 35 anni: dal 1991, data di fondazione dell’allora Sibem, acronimo di «Società per l’interporto di Bergamo e Montello». Incredibile che in tutti questi anni una provincia industrialmente avanzata e con una tendenza naturale all’innovazione non abbia avuto le risposte necessarie. Intanto le strutture del Bresciano e del Milanese sono già sature, perché il mondo non si ferma ad aspettare chi non riesce a stare al suo passo. Servono risposte, una visione di sistema e assunzioni di responsabilità a ogni livello, soprattutto politico, pena il rischio d’impoverimento di un territorio già alle prese con l’ennesima crisi planetaria. E bisogna fare presto, perché il tempo è scaduto da un po’. Lo sappiamo, non è un concetto nuovo, ma purtroppo non lo è nemmeno la situazione. E all’orizzonte il porto d’attracco non si vede proprio.
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