L'Editoriale
Domenica 04 Gennaio 2026
Se gli Usa si prendono il Venezuela si rischia l’effetto domino globale
MONDO. Trump ha rinunciato definitivamente al Premio Nobel per la Pace. L’operazione militare contro il Venezuela, con il conseguente cambio di regime, conferma la politica muscolare del presidente statunitense, già autore di attacchi limitati in Siria, Yemen, Iran e contro imbarcazioni di trafficanti di droga del Paese sudamericano.
Trump si inserisce così di diritto nella lista di presidenti americani che hanno rivendicato sin dall’800 (dottrina Monroe) una zona esclusiva di influenza nel continente latino-americano. La decisione di agire risponde certamente a interessi economici legati alle grandi risorse di petrolio del Paese sudamericano, ma è anche in linea con analoghe iniziative di predecessori alla Casa Bianca (Iraq, Afghanistan) di «esportazione della democrazia». Trump ha deciso di iniziare il 2026 con una guerra che avrà probabilmente ripercussioni profonde a livello internazionale. A Mosca e a Tel Aviv, ma anche a Pechino, il segnale che arriva dal Venezuela è chiaro. Putin vede spostarsi altrove, almeno per un po’, l’attenzione internazionale dal conflitto in Ucraina e si sentirà autorizzato a perseguire i propri obiettivi con maggiore intensità.
A Mosca si interpreterà la decisione di Washington come la certificazione degli interessi vitali delle maggiori potenze nel «cortile di casa propria» e una sostanziale presa di distanza dalle richieste di Kiev. Anche a Tel Aviv si sarà tirato un sospiro di sollievo, perché si allenta la pressione sul governo di Netanyahu per il passaggio alla fase 2 del piano di pace nel conflitto israelo-palestinese. L’azione americana fortifica la convinzione della leadership israeliana che sono giustificate eventuali nuove operazioni militari in Iran e in ogni altro luogo cruciale per i propri interessi in Medio Oriente.
Gli effetti globali
In Estremo Oriente la Cina non può che interpretare l’intervento americano come una «luce verde» a un’azione di forza nei confronti di Taiwan. Se per Washington Caracas è terreno di conquista senza interferenze esterne, Taipei deve rassegnarsi a rientrare nell’«Impero del Centro». Quando ciò si può verificare, dipenderà da vari fattori e da probabili negoziati o intese «inconfessabili» tra Cina e Stati Uniti. Ma Pechino non può ignorare che la finestra di opportunità migliore è la durata della presidenza Trump, tenendo in considerazione la circostanza che le elezioni di «mid term», a novembre, potrebbero in qualche modo ridurre l’influenza del leader della Casa Bianca.
Gli effetti a catena della nuova campagna militare americana toccheranno con ogni probabilità Paesi come Giappone, Corea del Sud, Iran, Arabia Saudita e Turchia. A Tokyo come a Seul si rafforzerà la convinzione di procedere a rafforzare la propria postura militare e a considerare seriamente l’opportunità di dotarsi di armi nucleari come deterrenza essenziale. A Teheran, se vi erano ancora dubbi, si perseguirà con maggior convinzione l’accelerazione del programma nucleare, anche rischiando nuovi attacchi da Israele e Usa. I leader saudita e turco, a loro volta, saranno chiamati a riflettere su come rafforzarsi in uno scenario in subbuglio.
Come in altre occasioni, Trump ha smentito se stesso e le sue promesse elettorali di essere un uomo di pace, ma soprattutto potrebbe aver allontanato da sé una parte importante del suo elettorato che vuole un’America ripiegata su sé stessa e intenta a migliorare le condizioni economiche e sociali del Paese, piuttosto che avventurarsi in azioni esterne costose e dannose per il benessere dei suoi cittadini. Il nuovo anno si tinge subito di una nuova iniziativa militare, che non promette nulla di buono.
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