Sfumature e scenari dal testo su Hormuz

MONDO. «È un documento politico, non militare», dice il ministro degli Esteri Antonio Tajani. «Nessuna missione di guerra. Nessun ingresso ad Hormuz senza una tregua e un’iniziativa multilaterale estesa», aggiunge il ministro della Difesa Guido Crosetto.

Il ministro degli Esteri dell’Iran, Seyyed Abbas Araghchi, usa invece toni ben diversi: immischiarsi in quanto avviene nello Stretto di Hormuz, secondo lui «equivarrebbe a complicità nell’aggressione e negli efferati crimini commessi dagli aggressori». Lasciando intendere che il trattamento sarebbe uguale a quello riservato a Usa e Israele.

Lo stop delle minacce

Di che cosa parliamo? Del documento che Italia, Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone hanno firmato per chiede all’Iran «di cessare immediatamente le minacce, la posa di mine, gli attacchi con droni e missili e altri tentativi di bloccare lo Stretto alla navigazione commerciale, e di conformarsi alla Risoluzione 2817 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite». Sottolineando che «la libertà di navigazione è un principio fondamentale del diritto internazionale», i sei Paesi firmatari chiedono «una moratoria immediata e completa sugli attacchi alle infrastrutture civili, comprese le installazioni petrolifere e di gas» e si dicono pronti «a contribuire agli sforzi appropriati per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto», alla cui fase preparatoria si starebbe già lavorando. Un’iniziativa europea, quindi, cui si affianca il Giappone che peraltro con l’Europa già lavora in progetti per la Difesa come il Gcap per il caccia di sesta generazione.

L’incognita sull’intervento militare

Molto più di questo per ora non si sa. Soprattutto non è chiaro, come appunto dalle dichiarazioni che abbiamo citato all’inizio, se gli «sforzi appropriati» dovranno avere (almeno anche) un carattere militare, come chiedeva Donald Trump, cioè mandando navi nello Stretto a scortare e proteggere le petroliere e i mercantili, oppure… La prima ipotesi è chiara ma è l’ipotesi che tutti i Paesi che hanno firmato il documento avevano scartato solo poche ore fa. In attesa di chiarimenti, non resta che interrogarsi su quell’oppure che, stando alle parole del nostro ministro della Difesa, presupporrebbe una tregua (assai improbabile, al momento) e la partecipazione di un più ampio numero di Paesi. Già meno improbabile ma tutta da costruire.

Colpire strutture civili di Paesi non ostili, come fa l’Iran, va di certo contro il diritto internazionale. Ma quello che fanno Israele e Stati Uniti cos’è? Il loro attacco all’Iran è conforme al diritto internazionale e non minaccia la pace?

Il valore e la storia dell’Onu

La base politica per imboccare questa strada era stata costruita all’Onu, non a caso poche ore prima dell’uscita del documento, con la citata Risoluzione 2817, presentata dal Bahrein e sostenuta da 140 Paesi, che «condanna con la massima fermezza gli efferati attacchi perpetrati dalla Repubblica islamica dell’Iran contro i territori di Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Giordania e stabilisce che tali atti costituiscono una violazione del diritto internazionale e una grave minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali». E chiede all’Iran di sospenderli con effetto immediato. Dei quindici membri del Consiglio di Sicurezza, tredici hanno votato a favore e due, Russia e Cina, si sono astenuti.

I soliti amici degli ayatollah, si dirà. Mosca e Pechino, però, nel Consiglio hanno diritto di veto: non l’hanno usato e con l’astensione (che disapprova ma non blocca) hanno di fatto dato via libera alla Risoluzione. E per essere onesti, i loro dubbi saranno pure strumentali ma sono anche i nostri. Colpire strutture civili di Paesi non ostili, come fa l’Iran, va di certo contro il diritto internazionale. Ma quello che fanno Israele e Stati Uniti cos’è? Il loro attacco all’Iran è conforme al diritto internazionale e non minaccia la pace?

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