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ITALIA. C’è sempre un fatto di cronaca a fare da miccia. A Torino come altrove. Il pestaggio a martellate di un poliziotto, un episodio gravissimo e deprecabile, scuote l’opinione pubblica e riapre, puntuale, il cantiere della «sicurezza».
Il copione è noto: nuovo pacchetto, nuovi reati, pene più severe, maggiore discrezionalità per le forze dell’ordine. La politica si muove sull’onda dell’emozione, promette risposte rapide e rassicuranti. Ma la domanda resta, ostinata: questa strada produce davvero più sicurezza o soltanto l’illusione di aver fatto qualcosa a costo di inasprire le libertà individuali? La storia legislativa italiana insegna che le leggi scritte sotto la pressione dell’emotività collettiva sono spesso cattive leggi. Lo sono ancor di più quando mettono mano all’«habeas corpus», ovvero alle restrizioni fisiche, cioè al cuore fragile del rapporto tra Stato e cittadino. I padri costituenti lo sapevano bene. Reduce dalla violenza dell’Ovra fascista e dalle brutalità delle squadracce repubblichine, scelsero di circondare la privazione della libertà di garanzie stringenti, limitando il potere quando si presenta in uniforme. L’articolo 13, che parla della libertà personale come diritto fondamentale supremo, limitato dall’autorità giudiziaria e con riserva di legge di giurisdizione.
Non stupisce, allora, che dal Quirinale arrivino richiami alla prudenza. Il presidente della Repubblica, nel colloquio con il sottosegretario Alfredo Mantovano, avrebbe aperto a un via libera condizionato, chiedendo correzioni significative sia sul cosiddetto scudo penale sia sul fermo preventivo di polizia. Nessuna giurisprudenza separata per categorie (i poliziotti intoccabili?), nessun fermo basato su un semplice «atteggiamento sospetto». Sarebbe il ritorno a un’idea di ordine pubblico che richiama modelli lontani dalla nostra tradizione democratica, più vicini a un regime poliziesco che a uno Stato costituzionale di diritto.
L’approccio emergenziale alla sicurezza non è una novità, anche se l’attuale governo sembra farne una cifra distintiva, ricorrendo con disinvoltura alla decretazione d’urgenza. Eppure i dati sulla delittuosità - a parte i casi eclatanti, come quello di Torino - non giustificano misure eccezionali. A pesare, piuttosto, è un dibattito pubblico deformato dal sensazionalismo, che trasforma la percezione dell’insicurezza in un moltiplicatore di consenso (grazie anche all’onnipresenza dei social). Anche la proposta di legge in cantiere della Lega si basa su questa percezione. Si tratta di 24 articoli per rimpatriare, volontariamente o meno, i migranti. Anche quelli regolari. Il comitato Remigrazione e riconquista, lo hanno spiegato, ne fa una questione di sicurezza ma anche di identità nazionale, da recuperare e da salvaguardare. Una proposta tanto inattuabile dal punto dell’organizzazione quanto brutale dal punto di vista morale, che rimanda all’epoca dei campi di concentramento e dei ghetti. La fondazione di un nuovo partito da parte del generale Roberto Vanacci potrebbe innescare una competitività con la Lega a colpi di decreti restrittivi. E quello sulla «remigrazione», addirittura degli immigrati regolari, è il peggiore di tutti.
Il bisogno di sicurezza divora sé stesso, imponendo una continua produzione di paure e la ricerca periodica di nuovi nemici pubblici.
Il bisogno di sicurezza divora sé stesso, imponendo una continua produzione di paure e la ricerca periodica di nuovi nemici pubblici. In questo circuito perverso, i decreti peraltro smettono presto di rassicurare e perdono anche la loro efficacia simbolica. Il senso politico della misura, del resto, è evidente. Da un lato si alimenta l’idea che l’insicurezza dipenda da norme troppo garantiste che «legano le mani» ai poliziotti. Dall’altro si cerca di compiacere una categoria che si sente esposta e poco tutelata. Ma i rischi professionali degli agenti non si riducono con l’immunità. Come ha ricordato l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli, il problema non è solo il rischio penale, ma anche quello economico legato alle azioni risarcitorie, che lo scudo non elimina.
Se davvero si volesse stare dalla parte dei poliziotti, si parlerebbe di formazione, di equipaggiamenti adeguati, di turni sostenibili, di pianificazione seria dell’ordine pubblico. Si discuterebbe di coperture assicurative e di protocolli operativi rigorosi. Domande scomode, ma necessarie. Perché spesso le indagini della magistratura non colpiscono i singoli agenti, bensì fanno emergere le responsabilità di chi decide, pianifica, manda uomini e donne in strada senza le tutele necessarie dai violenti e dai facinorosi. Difendere la sicurezza, in uno Stato di diritto, significa anzitutto difendere la Costituzione. Anche - e soprattutto - quando è impopolare farlo.
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