Siria, la pace inventata e il mare cimitero
Una bimba con il papà in fuga dalla Siria nel 2018

Siria, la pace inventata
e il mare cimitero

Uno Stato reduce da un conflitto può essere considerato in pace se si verificano almeno due condizioni: un accordo fra gli ex belligeranti che abbia posto fine ai combattimenti, con relativo disarmo, e un percorso convinto di riconciliazione tra le parti. In Siria, vittima di una guerra decennale pesantemente condizionata da potenze mondiali e regionali, queste condizioni non ci sono. Anzi: in alcune aree proseguono scontri armati e bombardamenti. Ma incredibilmente nell’estate 2020 la Danimarca è diventata il primo Paese Ue a considerare Damasco e i suoi dintorni un luogo sicuro, al punto - e questo è l’obiettivo della malaccorta considerazione - da costringere centinaia di asilanti ad abbandonare la loro nuova vita e a tornare in Siria. I giovani attivisti di «Generation Identitær», movimento nazionalista di destra, hanno tappezzato Copenaghen con manifesti vergognosi, sui quali è scritto: «Buone notizie, ora puoi tornartene nella soleggiata Siria. Il tuo Paese ha bisogno di te».

Il Partito del popolo, nazionalista, tiene sotto ricatto con il sostegno esterno il governo di minoranza guidato da una coalizione di centrosinistra. È nato così il provvedimento dell’estate scorsa, cieco anche di fronte all’evidenza che il regime di Bashar al Assad consideri traditori i siriani fuggiti in Europa, passibili di persecuzioni e incarcerazioni sommarie. Non solo: venerdì scorso due bambini di 4 e 5 anni sono stati uccisi e un terzo di 14 è stato ferito dall’esplosione di un ordigno nel Golan a sud-ovest di Damasco. Su questa scia oltranzista, il governo danese ha annunciato il suo obiettivo successivo: raggiungere «quota zero richiedenti asilo» (a 70 minori siriani è stato già rifiutato il permesso).

Con un’ulteriore nota aberrante: non esistendo alcuna forma di cooperazione fra Danimarca e Siria, e non potendo costringere i richiedenti asilo a tornare in un luogo che l’Ue e l’Onu considerano giustamente ancora in guerra, i respinti sono adesso rinchiusi in centri di detenzione. Per ora sarebbero 189 persone - studenti, operai, impiegati, tutti integrati, che parlano il danese come prevede la legge nazionale - a cui non è stato rinnovato il documento di soggiorno. Che uno Stato dell’Unione europea decida unilateralmente che «a Damasco non c’è più la guerra» è grave. Ma lo è ancora di più che asilanti salvati finiscano addirittura in detenzione. Accade in Europa, i cui Stati hanno sempre dichiarato la disponibilità ad accogliere chi scappa da conflitti e persecuzioni ma non gli irregolari. Una grande ipocrisia, come certifica il fatto che manchino canali umanitari d’ingresso nella Ue per chi si lascia alle spalle combattimenti.

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