Stop alla povertà Illusione cinese

Stop alla povertà
Illusione cinese

Il presidente cinese Xi Jinping ha annunciato che la Cina ha concluso la sua «lunga marcia» contro la povertà. La proclamazione della «vittoria finale» da parte del segretario generale del Partito comunista cinese è contenuta in un discorso pronunciato a Pechino nel corso di un incontro organizzato per celebrare i risultati raggiunti dal Paese nello sradicamento dell’indigenza e onorare coloro che si sono distinti maggiormente in questa battaglia, diventando dei veri e propri modelli da seguire.

Ma è davvero così? Oppure dietro il «miracolo cinese» si cela la propaganda di un regime che per molti aspetti ha conservato tutti i metodi della comunicazione dei regimi totalitari? Ci sono poi molti dubbi sui criteri di misurazione, sulla veridicità dei rapporti, sulla sostenibilità dei provvedimenti e soprattutto sulla disumanità delle decisioni, come quelle dei trasferimenti e degli sradicamenti di massa dai territori e dalle comunità in cui la gente era nata e aveva affetti e radici da generazioni. Milioni di persone sono stati trasferiti forzosamente dalle aree rurali ai centri urbani, le loro abitazioni abbattute con la ruspa, i piccoli centri agricoli cancellati dalle mappe geografiche. Pare che la scelta dei villaggi da smantellare in molti casi fosse decisa da funzionari corrotti disposti a risparmiare le comunità che pagavano cospicue mazzette.

Sta di fatto che, al netto di tutto questo, negli ultimi otto anni la Cina avrebbe sollevato dalla miseria più nera i restanti 98,99 milioni di residenti poveri delle aree rurali che ancora vivevano al di sotto dell’attuale soglia nazionale di povertà. Tutte le ultime 832 contee e i restanti 128.000 villaggi poveri del Paese sono stati rimossi dall’elenco nazionale degli enti colpiti dall’indigenza.

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