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ITALIA. La libertà conquistata col sangue della Resistenza confusa con il diritto di calpestare quella degli altri.
Eccoci di nuovo qui, a fare i conti con un’Italia che non impara nulla, che dimentica tutto e che confonde la libertà conquistata col sangue della Resistenza con il diritto di calpestare quella degli altri. Guardate queste piazze del 25 Aprile: dovevano essere il respiro profondo di una nazione che si riconosce nella fine della tirannia, e invece puzzano di intolleranza vecchia e nuova, di un odio che prevale sistematicamente sui valori di pace e inclusione. Siamo alle solite.
I fatti dipingono un’Italia percorsa dal fremito della violenza e dell’intolleranza. Ci dicono che non abbiamo imparato nulla. C’è un tizio su uno scooter, il volto nascosto da un casco integrale, la giacca mimetica d’ordinanza per chi sogna una guerra che non ha mai vissuto. Spara con una pistola ad aria compressa contro i manifestanti a Roma. Sono due signori anziani che hanno l’unica sfortuna di portare al collo due fazzoletti dell’Anpi. Un gesto che qualcuno definirà «una bravata» di un balordo, ma che è invece il sintomo di una malattia profonda: l’idea che l’avversario politico sia un bersaglio, un corpo da colpire, un fastidio da eliminare con la violenza, fosse pure quella vigliacca di un proiettile di plastica.
Ma non è solo la destra estrema o il teppismo isolato a preoccupare. C’è qualcosa di altrettanto torbido che sale da sinistra, da quei «militanti» che, in nome di una purezza ideologica da manualetto anni Settanta, aggrediscono chi porta bandiere diverse. Vedere i militanti di gruppi extraparlamentari o anarchici scagliarsi contro la delegazione dei Radicali e di +Europa è uno spettacolo deprimente. E che dire di chi strappa le bandiere dell’Ucraina al grido di «fuori i fascisti», usando lo spray al peperoncino come se fosse dialettica politica. È la solita cecità ideologica che scambia la resistenza di un popolo aggredito che sta sacrificando centinaia di migliaia di uomini per un «regime nazigolpista». Qui non c’entra la geopolitica, c’entra l’incapacità di stare in una democrazia plurale. Il 25 Aprile dovrebbe essere la festa di tutti coloro che rifiutano il pensiero unico, e invece diventa il palcoscenico per piccole inquisizioni di quartiere dove si decide chi ha il diritto di sfilare e chi no.
A Milano non va meglio. Lo scambio di accuse tra la gloriosa Brigata Ebraica e l’Anpi è il segno definitivo di un cortocircuito culturale. Se in una piazza che celebra la Liberazione non c’è spazio per chi quella Liberazione l’ha fatta materialmente, o per chi rivendica il diritto di esistere contro ogni forma di antisemitismo e pregiudizio, allora abbiamo perso la bussola.
Il 25 Aprile non è una proprietà privata di una fazione. È il patrimonio genetico di una libertà che dovrebbe includere, non escludere. Una libertà che è stata offesa anche a Bergamo, dove manifestanti proPal hanno tentato in continuazione di coprire i discorsi ufficiali dal palco, disturbando migliaia di persone riunite in piazza per ascoltarli.
Questi fatti sono gravissimi perché ci dicono che l’odio ha vinto sulla ragione. Abbiamo sostituito il confronto con l’aggressione fisica, la bandiera con la spranga (o lo spray), la memoria (senza la quale non c’è futuro) con il rancore. La tirannia che abbiamo abbattuto ottant’anni fa non era solo un regime in orbace; era soprattutto un metodo: quello dell’intolleranza sistematica, del silenzio imposto con la forza, dell’odio verso il diverso, della propagande che cancella la libera informazione.
Se oggi, per celebrare la fine di quella tirannia, usiamo gli stessi metodi – l’agguato in scooter, l’aggressione di gruppo, l’esclusione dell’altro dal corteo – allora non stiamo festeggiando la libertà. Stiamo solo mettendo in scena una brutta copia, una copia grottesca, di ciò che diciamo di combattere. Questa Italia che urla e spara «per finta» ma odia per davvero, farebbe bene a rileggersi i verbali degli interrogatori e le ultime lettere dei partigiani condannati a morte, di chi la libertà l’ha pagata col sangue. Quelli, il 25 Aprile, sognavano un’aria pulita. Oggi, purtroppo, l’aria è irrespirabile.
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