Svolta attesa per l’Ucraina con l’Europa bersaglio

MONDO. Eppur si muove, quindi: a dispetto delle bombe e dei droni, dei colpi ucraini sulle raffinerie russe e di quelli russi sulle infrastrutture civili ucraine, il negoziato procede.

Aveva cominciato Donald Trump, convinto che «la pace può essere molto prossima». Ma Trump questo l’aveva già detto un tot di volte, quindi… Poi Steve Witkoff, partendo da Davos verso Mosca per l’incontro con Vladimir Putin, aveva detto: «Alla soluzione del problema in Ucraina manca una sola cosa». E più o meno nelle stesse ore Volodymyr Zelensky aveva a sua volta detto: «I documenti per la pace in Ucraina sono quasi pronti». A seguire, l’annuncio del primo trilaterale Ucraina-Usa-Russia, da tenersi ad Abu Dhabi.

Eppur si muove, quindi: a dispetto delle bombe e dei droni, dei colpi ucraini sulle raffinerie russe e di quelli russi sulle infrastrutture civili ucraine (600mila persone hanno lasciato Kiev nelle ultime due settimane) e dei discorsi intransigenti dei leader, il negoziato procede e per un giorno il Forum economico internazionale di Davos è sembrato una fucina di buone notizie. Almeno per quanto riguarda la guerra in Ucraina.

Il problema territori

La «cosa» che, come dice Witkoff, resta da risolvere pare essere quella dei territori. Zelensky l’ha detto, nessuna intesa in proposito finora, e non pare problema da poco. Dal Donbass e dalla centrale di Zaporizhzhia passano non solo molte concrete e drammatiche questioni (la centrale nucleare di Zaporizhzhia, per fare un esempio, forniva il 20% della corrente elettrica dell’Ucraina e ora la controllano i russi) ma anche non meno importanti risultati politici. Se Zelensky riuscirà a non cedere o, addirittura, a recuperare, potrà dire di aver vinto. Lo stesso potrà fare Putin se otterrà l’intero Donbass e almeno una partecipazione (la proposta russa prevede una spartizione a tre, Usa-Ucraina-Russia, della produzione) nel futuro della centrale. È rozzo e tragico che si ragioni così in coda a quattro anni di una guerra così distruttiva per i due Paesi coinvolti e per l’equilibrio delle connessioni globali di cui tutti siamo parte, ma la politica internazionale, come tanti altri popoli possono testimoniare, non è mai stata un pranzo di gala.

In attesa della svolta e del sospirato «cessate il fuoco» sul fronte ucraino, prendiamo purtroppo atto del fatto che a Davos è stata l’Europa a diventare il bersaglio di tutti. Prima di Trump e dei suoi, con le pretese sulla Groenlandia accompagnate dalle solite abbondanti dosi di autoesaltazione e sarcasmo. Poi dallo stesso Zelensky, che ha riversato sulla Ue una valanga di critiche, dal suo punto di vista legittime e in diversi casi legittime in assoluto, riassumibili nell’espressione «mancanza di volontà politica». Vista da Kiev, l’Europa (che pure all’Ucraina ha fornito 103,3 miliardi di euro in sostegno finanziario, economico e umanitario, 69,3 miliardi di euro in sostegno militare, 17 miliardi di euro in sostegno ai rifugiati all’interno dell’Ue e 3,7 miliardi di euro in proventi derivanti da beni russi bloccati, per non parlare dell’intelligence, degli istruttori militari e così via) è fiacca, ignava, pigra, indecisa a tutto. Ma dove Zelensky ha davvero colpito nel segno è quando ha detto che l’Europa è «divisa e persa nei confronti di Trump». Se incrociamo il discorso di Zelensky con quello del premier canadese Mark Carney («Sapevamo che la storia dell’ordine basato sulle regole era parzialmente falsa… Sapevamo che il diritto internazionale veniva applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato e della vittima…») dobbiamo ammettere che dal 1989 in poi il problema è sempre stato il rapporto con gli Usa, il grado di autonomia strategica che abbiamo pensato o non pensato di ritagliarci e il prezzo che eravamo disposti a pagare. I problemi di oggi con Trump derivano non dalle mattane di Donald ma dall’esito non felice di quel processo.

Lo vediamo anche con il progetto di Onu privata che Donald Trump chiama «Board of peace» per Gaza. I Paesi europei (divisi, come dice Zelensky) rifiutano uno a uno di parteciparvi, senza pensare che oggi a Trump può premere di più l’adesione del Pakistan, della Turchia o dell’Arabia Saudita che non quella della Francia, dell’Italia o della Svezia. La Ue aveva una strada per farsi valere. Dire a Trump: noi veniamo ma nominando personalità che rappresenta l’Europa intera. Nessuno, però, ci ha pensato.

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