( foto ansa)
ITALIA. Dal 2021 al 2025 il Pil italiano a prezzi di mercato è cresciuto del 22,5%; quello della Grecia, nello stesso periodo, è salito del 34%. Non sorprende che il Fondo monetario internazionale preveda per il 2026 un rapporto tra debito pubblico e Pil del 138,4% per l’Italia e del 136,8% per la Grecia, in forte riduzione sull’anno precedente.
Lettura 2 min.È la prima volta che la Grecia si trova su questo parametro meglio di noi. Non solo, come conseguenza, il nostro Paese si appresta a divenire quello più indebitato in Europa. Nulla di drammatico ovviamente; anche se le classifiche e i sorpassi sono eventi che non sono irrilevanti per l’umore dei cittadini. Quando si dice del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto non si riflette sul fatto che conta molto più la tendenza, la derivata direbbero i matematici, ovvero se il bicchiere si sta riempiendo o si sta svuotando. Il nostro Paese resta certamente, anche considerando il Pil pro capite, molto più ricco della Grecia e davvero pochi, come correttamente sostiene l’economista Marco Fortis, vorrebbero scambiare le condizioni economiche e sociali medie dei greci con quelle degli italiani. L’evento, però, per il suo forte valore simbolico, merita una riflessione.
Il nostro Paese resta certamente, anche considerando il Pil pro capite, molto più ricco della Grecia e davvero pochi, come correttamente sostiene l’economista Marco Fortis, vorrebbero scambiare le condizioni economiche e sociali medie dei greci con quelle degli italiani
l nostro Paese resta certamente, anche considerando il Pil pro capite, molto più ricco della Grecia e davvero pochi, come correttamente sostiene l’economista Marco Fortis, vorrebbero scambiare le condizioni economiche e sociali medie dei greci con quelle degli italiani.In termini di debito pubblico, la Grecia ha raggiunto negli anni passati, a partire in particolare dal 2008, valori elevatissimi, superando addirittura il 200% del Pil. Il nuovo ciclo virtuoso del Paese ellenico non è stato d’altro canto frutto di una passeggiata sul piano dei costi sociali e finanziari (per gli stessi possessori del debito pubblico ristrutturato). E pur tuttavia, la riduzione degli ultimi anni è dovuta in prevalenza alla crescita del Prodotto interno lordo. Quei 12 punti di maggiore crescita nominale (e in buona parte anche reale) rispetto all’Italia, negli ultimi 5 anni, avvengono peraltro in un periodo nel quale l’Italia, anche grazie agli investimenti del Pnrr, è cresciuta non poco e si trova ora, in termini reali, ben sopra i livelli del 2019. Il sorpasso fa quindi male senza per questo dover drammatizzare. L’Italia fa un’impressionante fatica a crescere. Le previsioni per quest’anno, formulate prima dello scoppio della guerra tra Stati Uniti (e Israele) e Iran collocavano la crescita del nostro Pil ben al di sotto dell’1%. L’aggiornamento alla scorsa settimana ci porta al solo 0,5% (con la Grecia attesa nel 2026 a +2%). E speriamo di restare in positivo. Purtroppo, con questi tassi di «crescita statistica», anche legati a una «demografia contro», stabilizzare il rapporto tra debito e Pil è molto difficile. Figuriamoci ridurlo.
Sul perché l’Italia fatichi a crescere si è scritto e si potrebbe scrivere molto. Ma, se tutte le finanziarie degli ultimi anni non hanno schiodato il trend di lungo termine, vuol dire che non bastano provvedimenti di aggiustamento e semplice indirizzo. Servono, viceversa, cambiamenti forti di architettura e organizzazione della macchina della Repubblica.
Due sono, a mio avviso e in parole povere, i fattori anti-crescita: il fare delle cose che non servono a nulla e la disattenzione verso il valore del tempo necessario per fare le cose. Quando, ad esempio, ci chiedono di scrivere il nostro nome e cognome su un foglio per un adempimento burocratico, che sia su un cartaceo o al computer, ci assorbono del tempo per fare una cosa superflua, perché di norma l’hanno già. Quando per avere un’approvazione di un investimento passa un tempo indefinito perché vanno sentiti molti livelli amministrativi, ognuno dei quali ha i suoi tempi di reazione (e talvolta di interdizione), non solo si rimanda la crescita della ricchezza, ma si sopportano i costi maggiori della proposta inevasa. Se pensate a quante volte questo accade avete un’idea del perché non cresciamo come potremmo: molte attività non producono nulla fanno perdere solo del tempo.
Al giuramento dei cadetti della Guardia di Finanza la scorsa settimana nella nostra Bergamo, il ministro delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha detto che «in quest’epoca complessa servono soluzioni innovative». Come non dargli ragione. Speriamo che sia l’incipit di un percorso nuovo e non si finisca per aumentare di nuovo la spesa pubblica senza incidere sui fattori che prevengono la crescita della nostra economia. Sarebbe un tampone peggiore del buco.
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