Ue, governi instabili nel periodo sbagliato

Il mancato accordo sul tetto dei prezzi del gas ha posto il tema della stabilità di governo. Elezioni anticipate in un Paese indebitato come il nostro nel pieno di una guerra, di una crisi energetica e di un’inflazione al 10% è stato un azzardo.

Nella transizione verso il nuovo esecutivo il governo Draghi non ha il peso politico necessario per far valere tutta la sua autorevolezza. E i risultati si vedono. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha messo sul piatto 200 miliardi di sostegno alla propria economia senza concordare nulla con l’Unione Europea e con i suoi membri.

Si tratta di aiuti asimmetrici che tanto aiutano le aziende tedesche quanto indeboliscono quelle italiane. Il governo italiano non ha la forza finanziaria per ricorrere ad extra debito senza porre in essere una speculazione sui titoli italiani. Disponeva fino a ieri di forza politica legata alla credibilità del capo di governo. Ma è stata dilapidata. Anche se Giorgia Meloni ha finora indovinato tutte le mosse è evidente che a certi governi a guida socialdemocratica, come quello di Berlino, appare un’estranea. Mario Draghi è restato in carica come presidente del Consiglio per 589 giorni. Nella lista dei capi di governo a partire da Cavour è al 28° posto. Quindi nemmeno in fondo alla classifica. L’instabilità di governo è parte integrante della politica italiana.

Anche nelle tragedie nazionali come nella Prima guerra mondiale dal 1915 al 1918 i governi sono stati tre, uno all’anno. L’unico che può competere con i sedici anni di cancellierato in Germania di Angela Merkel è Benito Mussolini. Come dire che in Italia per avere un governo stabile nel tempo ci vuole una dittatura. È questo il trauma della democrazia italiana che l’ha indotta a preferire dal secondo dopoguerra in poi governi di ogni tipo da quelli di emergenza ai balneari ma con la specifica prerogativa di essere brevi. È probabilmente questa consuetudine con l’estemporaneità dell’arte di governo che alla fine ha fatto passare in seconda battuta la fine anticipata del buon governo di Draghi. Adesso viviamo un interregno di circa 40 giorni in cui i primi freddi si faranno sentire e con loro il peso delle bollette. Si assisterà alle prime chiusure di negozi e aziende con il costo della vita che cresce ogni giorno. Nei sondaggi condotti prima delle elezioni risultava che Draghi fosse ai primi posti nei favori dell’opinione pubblica. Nella sua uscita al Meeting di Rimini ad agosto il presidente del Consiglio ebbe la bellezza di 33 applausi ma questo non impedì alla platea di osannare poi Giorgia Meloni che del governo Draghi fu acerrima oppositrice. È la consuetudine all’instabilità.

Peraltro un costume che anche in Europa tende a diffondersi. Ormai nella Ue sono 21 i Paesi dove la precarietà del quadro politico rende i governi instabili. Certo non in Francia e in Germania che hanno rispettivamente un sistema presidenziale e la sfiducia costruttiva per garantire continuità e stabilità dell’azione politica, ma Romania, Austria, Spagna, Bulgaria hanno turbolenze. Della Gran Bretagna sappiamo come i governi siano diventati ballerini. Non a caso i sistemi autocratici, quali sono quello russo e cinese, vantano la loro veloce capacità decisionale. Ed è per questo motivo che gli imprenditori fanno sentire sempre di più la loro voce. In momenti di difficoltà energetica e di recessione la tempistica è decisiva. Vi è distonia fra le insicurezze dell’opinione pubblica e dei governi e l’attività economica. La politica chiede tempo ma l’impresa non ne ha. Se non vengono dati immediati ristori agli operatori economici saltano le aziende e quindi i posti di lavoro. Ecco un impegno che il neo governo italiano dovrà onorare. La stabilità è la prima condizione.

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