(Foto di Ansa)
MONDO. Una bella notizia, in controtendenza al susseguirsi di fatti gravi che segnano questa epoca di regressione della storia.
Dopo 423 giorni di detenzione a Caracas, Alberto Trentini, cooperante di 46 anni, veneziano, è stato liberato insieme a un altro italiano, Mario Burlò, imprenditore torinese che era in carcere da oltre un anno con accuse mai chiarite. Trentini nell’ottobre 2024 si era recato in missione in Venezuela per conto di un’organizzazione non governativa e venne arrestato il 15 novembre successivo senza contestazioni penali precisate. La mamma, Armanda, vincendo la riservatezza con la forza della disperazione, per tutto questo tempo ha tenuta alta l’attenzione mediatica sulla vicenda del figlio, arrivando a porre una domanda bruciante a chi ha poteri decisionali, una richiesta di identificazione nel prossimo sempre valida: «A volte penso: se fosse figlio loro, cosa farebbero ?».
Nelle carceri venezuelane ci sarebbero ancora 42 italiani, secondo la Farnesina, alcuni con doppia nazionalità, per motivi politici o legati alla propria attività professionale. Settimana scorsa il presidente dell’Assemblea nazionale, Jorge Rodríguez, aveva anticipato la scelta, apprezzata da Donald Trump, di liberare «un numero significativo di detenuti»: sedici le scarcerazioni finora compiute, su un totale di 800 prigionieri per i quali si è ipotizzata l’uscita. Dopo la deposizione del presidente Nicolás Maduro con la forza da parte degli Usa, la situazione a Caracas resta incerta riguardo al futuro e rischiosa nel presente, al punto che il Dipartimento di Stato di Washington ha chiesto ai propri concittadini di lasciare il Paese, di fronte alla possibilità che milizie armate stiano cercando di rintracciare gli statunitensi che vivono in Venezuela.
È indubbio che anche la scarcerazione degli italiani vada ascritta alla caduta forzata di un regime che incarcerava persone solo sulla base di sospetti. La violazione del diritto internazionale è accettabile in nome di un bene più grande immediato e tangibile, talvolta la giustizia vale più della legge? Senz’altro. Ma l’operazione della Casa Bianca ha finalità dichiarate, ridisegnando sfere di influenza nel Sud del continente americano. Il petrolio, certo, anche se quello venezuelano è di scarsa qualità e richiede ingenti investimenti per l’estrazione e per la lavorazione, stimati in 100 miliardi di dollari. Lo Stato ora sotto controllo degli Usa possiede inoltre riserve di gas naturale stimate in circa 6,3 miliardi di metri cubi, oro (è fra i primi 15-20 detentori di riserve aurifere al mondo) ma pure il coltan, essenziale per l’elettronica moderna, e minerali (litio, nichel e cobalto) strategici per la transizione energetica globale e per le industrie degli armamenti. La corsa a queste risorse vede in competizione gli Usa e la Cina, con la Russia al terzo posto.
È difficile prevedere cosa accadrà a Caracas sul piano politico. È ormai accertato un patto per una transizione non attraverso l’opposizione ma tramite le seconde fila del regime di Maduro, con la guida del Paese affidata alla sua vice Delcy Rodríguez e con Trump che ieri si è dichiarato «presidente ad interim»: è vero che il diritto internazionale non ha mai goduto di buona salute, anzi, però qui siamo alla caduta di ogni ultimo limite. Non è dato nemmeno sapere quando i venezuelani torneranno alle urne per determinare il loro futuro politico, dopo la frode elettorale del 2024 che confermò al potere il leader estromesso dal blitz militare degli Usa il 3 gennaio scorso. Ma sarebbe tragico se quel popolo dovesse passare da una dittatura anti americana a una filo Washington senza un cambiamento delle proprie condizioni di vita e in nome di interessi imperiali.
Il desiderio di giustizia, di pace, di libertà per accedere a una vita dignitosa è innato in ogni persona, non rappresenta valori occidentali o europei, ed ha trovato spazio di espressione e di applicazione nella forma delle democrazie alle nostre latitudini per una serie di fattori storici. Ma non rappresenta una nostra esclusiva. È un desiderio che non può essere strumentalizzato per coprire mire economiche sovraniste.
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