Usa, se Biden vincerà
meno attriti con l’Europa

Il coronavirus sta rivoluzionando la politica internazionale, non solo
la vita quotidiana delle popolazioni. Se l’Europa ha iniziato alla fine un complesso percorso verso la mutualizzazione del debito - punto di partenza per la creazione di una vera Unione - negli Stati Uniti lo strafavorito in gennaio per la rielezione, Donald Trump, è costretto adesso a rincorrere Joe Biden. Stando agli ultimi sondaggi, la Florida, uno degli Stati decisivi per l’elezione dei presidenti, è ora saldamente in mano democratica.

La pessima gestione della pandemia e la grave crisi economica causata dal Covid 19 sono le cause di questa incredibile débacle.

«Trump stesso è il miglior argomento di Biden per il cambiamento», spiegano gli specialisti. L’ex vice di Barack Obama si presenta come un fattore di stabilità in un ambiente instabile e sempre più polarizzato. Anche nel 2020 - dicono gli studiosi -, ad essere l’ago della bilancia saranno le donne bianche, al momento in gran parte impaurite per l’epidemia fuori controllo, le stesse che nel 2016 impallinarono Hillary Clinton.

Con Biden alla Casa Bianca la politica estera americana dovrebbe tornare ad un corso più prevedibile.

Se nei prossimi mesi l’Unione europea confermerà comunità di intenti il rilancio dei rapporti, sempre strategici - ma indebolitisi con il burrascoso Trump -, tra le due sponde dell’Atlantico è dietro l’angolo. Stesso discorso per la Nato, architrave della pace nel Vecchio continente, e per la miglior definizione del suo ruolo e degli obiettivi da perseguire nel XXI secolo.

Chi si troverebbe in difficoltà è, invece, il Regno Unito che con la Brexit ha di fatto creduto nell’idea ultraconservatrice di costituzione di un’area privilegiata anglo-americana a difesa della propria idea di globalizzazione. Ma Londra dovrà fare allo stesso tempo attenzione ad Edimburgo attratta dalle sirene continentali, non dimenticando che Biden è un cattolico di origini irlandesi.

L’ex vice di Obama rilancerà certamente la concezione della difesa della libertà, dello Stato di diritto e della democrazia nel mondo, uno dei cavalli di battaglia del suo partito. Ma non potrà dimenticare cosa è successo in Libia, in Siria e in Medio Oriente in generale dopo il 2011.

Tale linea politica lo porterà a posizioni di maggior contrasto con la Russia di Putin e la Turchia di Erdogan, potenze regionali emergenti con cui gli Stati Uniti necessitano di chiarire le proprie relazioni.

Strategicamente parlando, riportare Mosca vicino al campo occidentale sta diventando un’urgenza in chiave anti-cinese, visto cosa sta succedendo nel mar cinese meridionale e ad Hong Kong.

Con il Cremlino bisognerà soprattutto decidere in fretta cosa fare dell’ultimo trattato sul disarmo rimasto in vigore dopo l’uragano Trump, trattato in scadenza proprio nel 2021.

Tirare troppo la corda con Putin, ora alle prese con una pesante crisi economica, significherebbe ritornare nel Vecchio continente allo scenario degli «euro-missili», come negli anni Ottanta. Ossia missili a medio o a corto raggio puntati contro in Europa.

La vera patata bollente resta, però, quella cinese. Anche Biden avrà il problema di far entrare Pechino in un sistema di controllo degli armamenti. Contenere l’«Impero celeste» non sarà facile. Washington si troverà davanti a scelte cruciali: verrà continuata la guerra dei dazi oppure si tornerà in Asia al partenariato Trans-Pacifico, ossia al Tpp, in funzione anti-Pechino, congelato da Trump?

Sbagliare strategia vorrebbe dire per gli Usa cedere alla Cina il proprio scettro di prima superpotenza mondiale.

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