Vertici e strategie, il calcio va rifondato

ITALIA. Neanche due dita di bollicine per aver battuto la Bosnia ed essere tornati a giocare un Mondiale dopo due edizioni lasciate per strada. Niente. L’Italia, dopo aver vinto nel 2006, è stata eliminata per due volte al primo turno e per altre due volte non si è qualificata. E questa è la terza.

Dopo la Svezia e la Macedonia del Nord, la Bosnia. Sì, la Nazionale italiana, dodicesima nel ranking Fifa, non è stata capace di superare un girone di qualificazione non irresistibile, poi ha battuto nientemeno che l’Irlanda del Nord ed è caduta nello stadietto di Zenica, Bosnia Erzegovina. Stadietto che ha suscitato l’ira e il sarcasmo italiani, perché ritenuto inadatto. Come se l’Italia avesse impianti supermoderni, tecnologici, sostenibili, e non quei ruderi che cadono a pezzi che vediamo ogni domenica, tranne rarissime eccezioni. La Bosnia magari non ha lo stadio, ma la squadra ha messo in campo quel che fanno le piccole quando incontrano le grandi, o presunte tali. E l’Italia, che si sente ancora una grande, se le è fatte suonare.

Ora partiranno i processi, come se cascassero tutti dalle nuvole. Come se l’Italia del calcio fosse ancora quella del 2006 e proprio non si capisce perché non riesca più a combinare niente di buono. Alt. Perché bastano due righe per smontare tutto. Nell’Italia del 2006 giocavano almeno sei fuoriclasse, la massima categoria tecnica dei giocatori di calcio. In porta Buffon. In difesa Nesta e Cannavaro. A centrocampo, Pirlo. In attacco, Totti e Del Piero. E il resto, mancia. Nella Nazionale di oggi, forse – ma forse – può raggiungere questo livello Donnarumma. E il resto, manca. Basta scorrere i nomi: sono fatti, non pregiudizi. Fatti peraltro confermati dall’andamento delle squadre di club italiane nelle coppe europee. Ne abbiamo vinta una, se non esageriamo nel riavvolgere il nastro, e sappiamo bene chi l’ha vinta.

Il calcio italiano è in stato comatoso ed è persino noioso spiegare e rispiegare, inutilmente, il perché

Il calcio italiano è in stato comatoso ed è persino noioso spiegare e rispiegare, inutilmente, il perché. Ma siamo qui per questo. I grandi giocatori devono nascere, certo. E questo può dipendere anche da cicli e coincidenze. Ma poi i talenti vanno coltivati. Non a caso i settori giovanili si chiamano anche vivai. E quanto investono – e come – le società italiane nei vivai? Male. Perché ormai troppo spesso sono considerati un costo. E sono pieni di stranieri. Costa meno, in fondo, portarsi a casa un 17enne africano «già avviato» che prendere dieci bambini di 12 anni, crescerli, allenarli, e poi portarne avanti due (forse), cinque anni dopo. Ma è così che tanti potenziali giocatori restano indietro, non emergono. Perché anche nei vivai conta vincere, quasi ovunque. Tranne rarissime eccezioni, tipo Bergamo e l’Atalanta, dove prevale ancora il legame col territorio, la crescita dei talenti, e dove la vera vittoria è portare in prima squadra (Palestra, dice niente?) il frutto del lavoro del vivaio, non mettersi una coppetta in più in bacheca.

Urge rifondare. A partire dalle facce che il calcio lo comandano, male, da decenni. Sempre le stesse. Ma non basta cambiare una testa, se poi la strategia rimane la stessa

Urge rifondare, certo. A partire dalle facce che il calcio lo comandano, male, da decenni. Sempre le stesse. Ma non basta cambiare una testa, se poi la strategia rimane la stessa. Il tennis italiano è tornato a vincere quando è cambiato tutto, non solo un uomo al comando. E lo stesso vale per le tante discipline in cui l’Italia primeggia, anche se resta il calcio lo sport più seguito. Qui sta il paradosso: passione che resta altissima, risultati ovunque imbarazzanti e bilanci quasi sempre pieni di debiti. Bisogna rifondare, ma forse prima bisogna demolire ciò che non va. E non è detto, perché questo film l’abbiamo già visto e queste cose sono già state scritte, che accada per davvero. Dice che abbiamo toccato il fondo, nello stadietto di Zenica. Dati i precedenti, non esagereremmo con l’ottimismo.

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