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MONDO. Il presidente americano teme per le elezioni di midterm del prossimo autunno e già parla di nazionalizzarle in 15 Stati.
Alle recenti elezioni suppletive del Texas i democratici avanzano. Sono stati eletti rispettivamente un candidato democratico ed uno liberale al Congresso e al Senato. In uno Stato repubblicano, dove la famiglia Bush, padre e figlio, ha la sua residenza, alle presidenziali 2024 Donald Trump aveva vinto con 17 punti di vantaggio. Anche in New Jersey e in Virginia hanno vinto governatrici democratiche nel novembre scorso. Il presidente americano teme per le elezioni di midterm del prossimo autunno e già parla di nazionalizzarle in 15 Stati. Si tratta di mettere mano ad un processo di voto in un sistema che assegna ai singoli Stati la competenza in materia elettorale. Nei sondaggi la popolarità del presidente è scesa al 40%.
È ancora presto per parlare di svolta. Resta il fatto che l’omicidio di due cittadini bianchi ad opera dell’Ice a Minneapolis ha scosso il ceto medio che vota repubblicano. Ha fatto il giro del mondo l’utilizzo di un bambino di cinque anni usato dalla polizia antimmigrazione nel Minnesota come esca per far uscire di casa il padre immigrato ecuadoriano. Sono atti che ledono la dignità della persona e che indignano l’opinione pubblica anche americana. L’Europa è rimasta l’unico presidio di libertà e tutela dei diritti umani. In America la democrazia ha un valore che i fatti di cronaca sembrano tuttavia ridimensionare. Con Trump si vive una simil democrazia sostituita dal potere dei media che rendono continua e assillante la comunicazione del presidente con il suo popolo. Non valgono le leggi, gli accordi ma solo quello che il presidente reputa giusto. Va da sé che solo l’idea della presenza poliziesca di questo nuovo potere suscita riflessioni nel mondo, ma soprattutto in Europa e in Italia. Personalità come Mario Monti parlano di regime autoritario negli Stati Uniti.
Tutto questo rende problematica la presenza dell’Ice in eventi sportivi come le Olimpiadi invernali, dove la libera convivenza tra i popoli trova la sua più significativa espressione. E tuttavia non possiamo farci illusioni. Quello che con la presidenza Trump appare in tutta la sua brutalità e crudezza, in passato è stato spesso occultato dal bon ton e soprattutto dalla consapevolezza di essere debitori della nostra libertà e democrazia agli Stati Uniti. I Paesi europei e in particolare l’Italia non hanno mai avuto un rapporto paritario con il grande alleato d’Oltreatlantico. Gli americani ritengono un loro diritto occuparsi della sicurezza dei loro connazionali anche all’estero a dispetto della sovranità nazionale del Paese dove gli Usa hanno basi militari. L’Italia ospita basi americane ed una delle regole di ingaggio prevista dagli accordi è che eventuali reati compiuti dagli addetti non possano essere perseguiti dalla giustizia italiana. Il caso più eclatante fu la tragedia del Cermis, dove i cavi della funivia furono tranciati da velivoli militari in esercizi acrobatici non previsti dai regolamenti. Le 20 vittime non trovarono mai giustizia. I due piloti furono portati a giudizio negli Stati Uniti e assolti. Del resto la storia dell’Italia del dopoguerra è costellata dalla presenza dei servizi segreti Usa. Il timore di Washington era la presenza del partito comunista e la possibilità che andasse al potere. Il rapimento di Aldo Moro e la sua uccisione lasciano ancor oggi dei dubbi. Certo rimane il fatto che con l’eliminazione del presidente della Dc qualsiasi possibilità di accordo di compromesso storico con i comunisti di Enrico Berlinguer cessò di esistere. La protezione della democrazia italiana giustificava agli occhi dell’opinione pubblica la presenza ingombrante degli Stati Uniti nelle vicende nazionali.
Ma è ancora così dopo che Trump si è permesso di dire che i soldati europei in Afghanistan si tenevano lontani dalla battaglia, cioè erano degli imboscati? Ha chiesto a suo modo scusa alla Gran Bretagna ma sugli italiani, sui tedeschi e le altre nazionalità è rimasto zitto. Può il governo italiano ancora affidarsi alla prepotenza americana per difendere quella democrazia della quale per decenni gli Stati Uniti sono stati paladini? Questo è il quesito che sorge quando si parla di trumpismo. E non è una questione diplomatica ma di opportunità politica.
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