Covid, 6 anni fa i primi casi nella Bergamasca. Fu solo l’inizio dell’incubo
L’ANNIVERSARIO. All’ospedale di Alzano, domenica 23 febbraio 2020. In Bergamasca 4.500 vittime nel mese più tragico.
A un certo punto furono silenziate anche le sirene delle ambulanze. Perché reclamare la precedenza su strade deserte era paradossale e perché quegli ululati generavano ansia per un virus capace di uccidere insinuandosi subdolamente sotto la porta di casa. Stessa cosa successe alle campane delle chiese, che per annunciare i decessi arrivarono a suonare a martello quasi incessantemente, scandendo con il loro ritmo funebre le giornate di una popolazione ostaggio dell’angoscia.
Il Covid nella Bergamasca
Accadeva sei anni fa nella Bergamasca, precipitata dal virus in scenari quasi apocalittici dopo un iniziale stordimento che rallentò la presa di coscienza collettiva. La domenica del 23 febbraio 2020 all’ingresso dell’ospedale Pesenti Fenaroli di Alzano si respirava smarrimento, con i parenti in entrata fermati e quelli in uscita (e reduci da una fugace e caotica quarantena), più adirati che allarmati. Si registrarono ufficialmente qui i primi due pazienti positivi al Covid, anche se già 24 ore prima al «Papa Giovanni» qualche polmonite bilaterale era stata intercettata. In tutto il Paese l’apprensione era già in circolo da giorni, dopo le immagini che arrivavano dalla Cina e il primo contagio italiano registrato a Codogno. La nostra provincia cominciava a fibrillare: sfilate di carnevale annullate, case di riposo vietate ai parenti degli ospiti, prefettura, Ats e direzioni dei vari presidi sanitari al lavoro febbrilmente per pianificare misure, riunioni di emergenza convocate per sindaci e istituzioni provinciali alle quali uno solo (Silvano Donadoni, medico e primo cittadino di Ambivere) si presentò con la mascherina. E poi, le cene nei ristoranti cinesi organizzate per sfatare le malelingue razziste sul contagio, le aziende che pressavano per evitare la serrata e «tutto andrà bene». Sottovalutazione? Col senno di poi sì, ma la verità è che sembrava tutto irreale, nessuno si rappresentava un panorama così drammatico, quasi da guerra, con coprifuoco, militari in attesa di cinturare i paesi della bassa Valle Seriana che furono l’epicentro dei contagi, negozi e attività chiuse, file da day-after nei supermercati.
Nessuno immaginava
Nessuno in quei giorni immaginava che saremmo diventati la nuova Wuhan, guardata con pietà da tutto il mondo, terra martoriata da soccorrere. Arrivarono medici da Cuba, dalla Russia, dall’Albania, dalla Cina, ospedali francesi e tedeschi accolsero i pazienti che da noi non trovavano un letto. E, ancora, quei camion dell’Esercito a portare via le bare perché il forno crematorio del cimitero di Bergamo faticava a reggere il ritmo dei decessi. Solo a marzo, il più crudele dei mesi – per citare il titolo di un bel libro del bergamasco Gigi Riva –, nella nostra provincia si contarono 4.500 vittime. In queste due pagine abbiamo dato voce a un medico, un paziente, un sacerdote e un volontario, gente che in quel periodo era in prima linea. Fu una guerra silenziosa, fu la nostra guerra. Doveroso ricordare, oggi che altre guerre incombono e sono meno lontane di Wuhan.
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