Essere cittadini a Bergamo: regole comuni e attenzione

LA LETTERA. Pubblichiamo di seguito la missiva di un lettore che abbiamo pubblicato sul giornale cartaceo mercoledì 11 marzo. Uno spunto di riflessione interessante.

Bergamo

Gentile direttore, le scrivo per condividere una esperienza nella speranza che possa suscitare qualche riflessione sull’essere cittadini della nostra città oggi. Stamattina per andare a lavoro ho preso, come ogni giorno, l’autobus. All’altezza di via San Bernardino, sale un ragazzo con un monopattino elettrico. Un ragazzo alto, riccioli scuri, qualche brufolo, che va in una scuola superiore. Dovrei scendere alla fermata successiva ma vengo bloccato perché il monopattino elettrico impedisce ai passeggeri il passaggio.

In effetti monopattino elettrico non può essere portato su un autobus. «Devo scendere alla prossima». «Adesso ti faccio passare» dice il ragazzo e tira un brutto bestemmione. «Amen» faccio io. Gli dò una amichevole pacca sulla spalla, mi faccio spazio e passo. Il ragazzo alza la voce perché, sostiene, che non avrei dovuto toccarlo. «Fallo a tuo figlio. Ma tu chi sei? Toccami un’altra volta e ti metto le mani addosso». A me la cosa non fa surriscaldare, ma è sbagliata e gli faccio presente che non può salire con il monopattino elettrico sull’autobus. Glielo dico due, tre volte.

Gli dico anche che io a mio figlio lo riprendo eccome e che forse i suoi genitori non hanno saputo educarlo. Nel mentre tutti zitti. L’autista non ferma l’autobus. Il ragazzo sbraita. Io resto tranquillo. Ora mi parla in arabo, presumibilmente offendendomi. Sentendo le sue parole in arabo lo guardo con maggiore comprensione: immagino cosa possa significare per un giovane arabo, tra l’altro in pieno Ramadan, vivere questi giorni terribili che in troppi, davvero in troppi vorrebbero cristallizzare in uno scontro di civiltà permanente.

Forse vede in me un cinquantenne che non ha a cuore la sua educazione, né l’essere cittadini in una stessa città. Forse pensa che con l’aggressività, la maleducazione, la voce alta, andrà lontano. Lui è ancora arrabbiato, io scendo dall’autobus e gli dico «Dio ti benedica», avrei voluto dirglielo in arabo, ma l’arabo non lo so. Mentre percorro la strada che va verso il luogo in cui lavoro e insegno, talvolta parlando di politiche sociali e di beni e servizi collettivi e altre volte di cooperazione internazionale, penso che mi sarebbe piaciuto scendere insieme a quel ragazzo e all’autista dell’autobus e trovare insieme una soluzione.

C’è davvero bisogno di portare un monopattino elettrico su un mezzo pubblico? E come ci si comporta quando si ha la responsabilità di un mezzo pubblico e qualche passeggero dà fastidio agli altri passeggeri? E perché mai sbraitare in un autobus quando si sta mettendo in difficoltà gli altri passeggeri? Come si fa a vivere in una città avendone davvero cura? E nella scuola che frequenta questo ragazzo esistono dei momenti dedicati davvero ad una educazione civica? Magari quell’autista, quel ragazzo, i suoi genitori o uno dei suoi educatori leggeranno questa lettera. Essa andrebbe intesa come un inizio di dialogo in una Bergamo che si fa sempre più interculturale, sempre meno attenta alle regole comuni, dunque sempre più bisognosa di ritrovare il senso della cittadinanza, ciò che alcuni suoi eminenti figli (penso a Lelio Pagani) hanno chiamato l’anima della città.

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