«Giustizia, organici all’osso: il governo deve intervenire»

L’INTERVISTA. Il presidente della Corte d’Appello di Brescia, Claudio Castelli,in pensione dopo 44 anni: «Performance migliorate, la sfida sul personale».

Ora, lasciata la toga, «vedrò di ristrutturare la mia vita». Claudio Castelli sorride, dosa la consueta ironia per raccogliere un percorso professionale lungo 44 anni. Dall’8 novembre, tagliato il traguardo del settantesimo compleanno, il presidente della Corte d’appello di Brescia – da cui dipende anche Bergamo – è in pensione. Milanese, figura di primo piano nel mondo della giustizia (è stato anche segretario nazionale di Magistratura democratica), a Brescia s’era insediato nel 2016. Oggi lascia una Corte d’appello «molto migliorata» nelle performance, pur con una sfida ancora rilevante sul tema degli organici e un allarme forte sul 2026, quando si esaurirà l’Ufficio per il processo: «Gli uffici giudiziari rischiano di chiudere».

Dottor Castelli, in cosa è migliorata la Corte?

«Abbiamo avuto un aumento dell’organico di magistrati e di personale amministrativo, prima totalmente carente. Sono buoni anche i risultati: dal 2019 (parametro per gli obiettivi Pnrr, ndr), come Corte d’appello le pendenze nel Civile sono diminuite del 38%, nel Penale di oltre il 50%. Nel Penale restano poco più di 2mila pendenze, nel 2016 erano 8.600, nel 2011 11mila».

Il «peso» del distretto di Brescia, a livello nazionale, non le sembra sottostimato?

«Essendo la seconda corte di una regione, spesso non viene data la giusta valutazione a un distretto da 3,3 milioni di abitanti: il tribunale di Brescia è il 6° d’Italia, Bergamo l’8°. Alcuni dati recenti indicavano che i nostri organici erano totalmente sottodimensionati: nel rapporto tra affari giudiziari e personale, il tribunale di Brescia era il più “sfortunato” d’Italia e Bergamo il quartultimo; come magistrati, Brescia era quartultima e Bergamo al 10° posto partendo dal basso».

Cosa succederà in futuro?

«Si rischia di tornare a una situazione di gravissima carenza. Nei tribunali e in Corte lavoriamo grazie agli addetti dell’Ufficio per il processo, perché rispetto al personale a tempo indeterminato abbiamo scoperture che superano il 30%. O il governo capisce che bisogna intervenire subito, dando continuità all’Ufficio per il processo, o quando nel 2026 terminerà questo progetto gli uffici giudiziari chiuderanno».

Perché c’è così tanta carenza?

«Specie per qualifiche più basse, siamo un lavoro povero. Poche persone vogliono venire a lavorare in questo distretto, rispetto al costo della vita gli stipendi sono bassi. Qualche mese fa è stato fatto un bando per 130 posti a tempo determinato, su tutto il distretto, per tecnici dell’organizzazione e operatori giudiziari: ne sono stati coperti solo 36».

Le riforme della giustizia di cui si parla vanno nella giusta direzione?

«L’Italia soffre di bulimia riformatrice, senza valutare gli effetti della riforma precedente. Col Pnrr è stata fatta la scelta di avere un progetto estremamente ambizioso: diminuire i tempi del Civile del 40% e del Penale del 25%, eliminare il 90% dell’arretrato nel Civile. L’ultimo monitoraggio ministeriale indica che nel Penale si raggiungerà l’obiettivo, per il Civile è più incerto. Ma nel dibattito c’è poco interesse a questi temi concreti».

E come si fa, allora, a garantire una giustizia «giusta», efficiente e rapida?

«Servono interventi combinati, sia procedurali sia sugli organici: senza magistrati e personale, difficile centrare gli obiettivi. Ma serve volontà politica».

Lei ha dedicato attenzione alle carceri, qui particolarmente affollate: cosa si può fare?

«Da un lato c’è un eccessivo carico penale, dall’altro lato è evidente che si debba intervenire anche con misure alternative, giustizia riparativa, reinserimento. Serve evitare la recidiva: e lo si fa non buttando la chiave, ma dando condizioni affinché queste persone possano cominciare percorsi di riabilitazione, formazione, lavoro».

Il ministero ha stanziato i fondi per un nuovo carcere a Brescia. E Bergamo?

«Di Bergamo non si è parlato, ma Bergamo ha una situazione migliore di Brescia. In fatto di edilizia, il problema di Bergamo si pone sul tribunale, perché è sottostimato: con l’intervento previsto dal Pnrr (l’ex Maddalena, ndr) si dà una prima risposta».

Recentemente Bergamo ha vissuto alcune grandi inchieste, da Ubi al Covid, con risultati giudiziari alterni. Che bilancio trarne?

«Quando ci sono denunce che ipotizzano gravi violazioni penali, è doveroso indagare. Dopodiché si entra in una dialettica processuale per cui è fisiologico che il giudice possa avere opinioni diverse dalla procura, ma non si può dare una valutazione negativa perché alcune grosse indagini sono finite in assoluzioni o archiviazioni. Quello che dobbiamo assicurare è che tutto avvenga in tempi ragionevoli, non si può tenere una persona in bilico per anni: sull’inchiesta Covid, non si può dire che i tempi siano stati lunghi. Forse stiamo dimenticando cosa è stata la pandemia su questo territorio: qualcosa di drammatico».

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