I giovani al consultorio: «In aumento chi si sente dipendente dai social»
DISAGIO GIOVANILE. Mille nuovi utenti all’anno, il 56% riconosce un abuso nell’utilizzo del device. Danesi: «Fino a otto ore davanti allo schermo. Nelle famiglie il dialogo è assente».
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Ragazzi incollati fino a otto ore al giorno davanti allo schermo, che sia quello del cellulare o della consolle, con conseguenti fenomeni di ritiro sociale, insonnia, aumento dell’ansia e dei sintomi depressivi.
Al Consultorio familiare adolescenti e giovani della Fondazione Angelo Custode, in via Morelli, di storie di abuso nell’utilizzo di device gli operatori ne incontrano centinaia ogni anno. Un tema che, nella riflessione della struttura, è sempre più legato a una mancanza di base. Lo spiega bene il referente, Giovanni Danesi: «Nelle famiglie e nei ragazzi che incontriamo c’è sempre un grande assente: la riflessione sull’uso che degli stessi dispositivi e device fanno i genitori».
I numeri del fenomeno
Partiamo dai numeri degli ultimi tre anni. Ogni anno il Consultorio incontra circa 1.000 nuovi utenti tra adolescenti e giovani adulti (tra i 12 e i 25 anni), «che si rivolgono a noi per richiedere percorsi di supporto psicologico». In media, ogni anno gli psicologi sostengono circa 6.000 colloqui con i ragazzi.
Quel che emerge è l’incremento rilevante dei casi di abuso: «I percorsi nell’ambito dei quali i ragazzi hanno affermato di ritenere di sentirsi dipendenti dai dispositivi digitali (si parla di vissuto soggettivo di disagio connesso ad un abuso nell’utilizzo del device, ndr) sono in netto aumento: 32% nel 2024, 44% nel 2025, 56% nel 2026». Il dato del 2026 è parziale, parametrato ai colloqui realizzati fino ad ora.
I giovani che si rivolgono al Consultorio, continua Danesi, trascorrono mediamente anche otto ore al giorno davanti allo schermo (o agli schermi). E, sulla base delle stime del centro, «ad oggi per almeno il 25% dei soggetti in fascia 14-18 anni che si rivolgono a noi, il tema di disagio principale è correlato a (ed esacerbato da) un utilizzo smodato dei dispositivi». Con alcuni «sintomi» tipici: «Ritiro sociale, insonnia, peggioramento scolastico, impatto sull’umore, aumentata ansia e sintomi depressivi. Non possiamo tuttavia implicare il nesso di causalità».
Punto di riferimento
Danesi ricorda che il Consultorio «rappresenta per gli utenti e le famiglie il primo presidio territoriale accessibile». A seguito di una valutazione multidimensionale, nei casi di gravità lieve o moderata si può offrire al ragazzo un percorso di supporto psicologico diretto in sede, abbinato a colloqui familiari e a un lavoro psicoeducativo sulla definizione di regole d’uso condivise. Nei casi più severi, invece, «il nostro compito è piuttosto quello di inviare ai servizi di Neuropsichiatria Infantile o ai Servizi per le Dipendenze (SerD), che in molti distretti hanno ormai sportelli dedicati alle “nuove dipendenze” comportamentali».
Al di là dei dati, un fenomeno a cui il Consultorio presta attenzione è quello dei «genitori disorientati». «Quando parliamo con le famiglie – osserva Danesi – ci accorgiamo che la focalizzazione del discorso è quasi sempre esclusivamente sull’osservazione del
«Non abbiamo mai visto genitori venire qui e dire “abbiamo un problema noi con l’utilizzo del telefono”»
comportamento del ragazzo, senza mai aver messo in discussione il modello di comportamento che viene offerto dai genitori». Un esempio pratico: «Un genitore che con un bambino tra i 3 e i 5 anni è solito interrompere le interazioni per prendere in mano il telefono sta di fatto già veicolando un messaggio implicito in quello che è il “codice” delle regole familiari: ovvero che il telefono viene prima dell’interazione». E nonostante ciò, continua Danesi, «non abbiamo mai visto genitori venire qui e dire “abbiamo un problema noi con l’utilizzo del telefono”».
È anche un tema generazionale. I genitori di oggi, nati tra gli anni ’80 e ’90, sono «migranti digitali»: «Gli adulti di oggi sono cresciuti e hanno vissuto un’adolescenza senza smartphone. Il paradosso educativo è che pretenderebbero di imporre, assegnare, contenere i comportamenti dei ragazzi, ma a fronte di un’esperienza di vita nella quale loro non hanno avuto regole».
Il ruolo dei genitori
Di più, i divieti imposti finiscono per essere una sorta di sostitutivo: «La dimensione del divieto, imposto come parental control e tempo di accesso ad alcune app, di fatto va a sostituire una dimensione di dialogo che non c’è più». Insomma, «quello a cui assistiamo è una frattura: la sensazione è che il ragazzo ritenga che i genitori non capiscano cosa trovi dentro questa esperienza digitale e, dall’altra parte, ci sono genitori mossi prevalentemente dall’ansia, che temono che il ragazzo acceda a contenuti inappropriati, temono il cyber bullismo».
Da parte degli adulti, afferma Danesi, servirebbe un approccio «di apertura, di curiosità. E sarebbe molto efficace se anche da parte loro ci fosse un’ammissione delle proprie fatiche. Sarebbe rivoluzionario se un genitore ammettesse di far fatica a staccarsi dal telefono». Da qui potrebbe nascere una nuova via di confronto: «Proviamo a riflettere insieme su che cosa ci tiene catturati. Mettersi in gioco a questo livello non è un segno di debolezza educativa, ma al contrario è qualcosa che sposta il confronto dal conflitto a una dimensione collaborativa e costruttiva».
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