Il ricercatore bergamasco in Iraq: «Vedo i droni dalla finestra, ma resto»

L’INTERVISTA. Il professor Giovanni Mascaretti da Bergamo all’università di Erbil, nel Kurdistan iracheno, città presa di mira dai droni delle milizie filoiraniane. «Questo popolo ha sofferto tantissimo, vuole la pace».

Lontano dalle aule sicure, ci sono cattedre in prima linea. E il ricercatore bergamasco Giovanni Mascaretti ha scelto decisamente la frontiera. Da pochi mesi è tornato a Erbil, nel Kurdistan iracheno, per insegnare alla British International University, cedendo al richiamo di una terra complessa che lo aveva già ospitato per cinque anni. Lo abbiamo raggiunto nei giorni di massima allerta per gli attacchi di droni, per farci raccontare cosa significhi insegnare «al fronte» in un crocevia di tensioni, in una regione che è tornata a bruciare.

Professor Mascaretti, come ci si ritrova da Bergamo alle aule nel cuore di Erbil?

«Dopo innumerevoli peregrinazioni in Europa per completare gli studi, culminate con un dottorato all’Università di Essex, nell’estate 2017 ho ricevuto un’offerta dalla University of Kurdistan Hewlêr. Ho preso servizio nel caos post-referendum per l’indipendenza, tra le rappresaglie del governo centrale nei confronti della regione autonoma. Lì sono rimasto cinque anni, prima di rientrare in Europa nel 2022».

A settembre è tornato in Iraq alla British International University. Perché?

«Perché Erbil è ormai per me una seconda casa. Sento di poter fare ancora la differenza. La missione dell’università è fornire un’educazione di livello internazionale alla gioventù curda, per favorire lo sviluppo dell’Iraq. È un momento difficilissimo: il Medio Oriente è in crisi e l’Iraq si trova letteralmente tra due fuochi».

Che differenza c’è tra i ragazzi nelle sue aule in Iraq e i coetanei europei?

«Didatticamente poche. Tuttavia, qui in Kurdistan noto un attaccamento molto maggiore all’identità culturale e politica. È un sentimento patriottico forte, derivante dalla storia di un popolo che ha sofferto tantissimo. Le classi di scienze sociali sono divise a metà tra ragazzi e ragazze; nonostante la maggioranza sunnita, l’influenza religiosa non è restrittiva come nell’Iraq federale».

Le capita di incrociare gli altri italiani presenti in Iraq?

«Non frequento abitualmente la comunità di expat, ma mi è capitato di stringere amicizia con dei militari della base italiana, incrociati per le vie della città. Da quando sono tornato, però, non ho fatto altri incontri, anche a causa delle limitazioni imposte ai loro movimenti per motivi di sicurezza».

Erbil è spesso sotto il fuoco dei droni. Come vive questa massima allerta?

«L’università è chiusa dal 1° marzo. Io la vivo con tranquillità, da spettatore disincantato. Vivo a Kasnazan, quartiere periferico a 15 chilometri dalla base e dall’aeroporto, popolato da famiglie della classe media araba in cerca di stabilità».

Come reagisce la popolazione e da dove arrivano gli attacchi?

«I curdi sono relativamente sereni, anche perché abituati alle minacce, e il governo regionale ha dichiarato di mantenere una posizione neutrale. La vera preoccupazione è economica: i prezzi alimentari salgono, mentre le entrate derivanti dall’esportazioni di greggio sono diminuite notevolmente. Gran parte degli attacchi non arrivano dall’Iran, ma dalle Forze di Mobilitazione Popolare irachene, milizie sciite filoiraniane che prendono di mira gli asset americani: la base della coalizione e il Consolato Usa».

Vedere la guerra dalla finestra è surreale. Ha mai pensato che tornare fosse un azzardo?

«Mentirei se dicessi che non ho pensato di rientrare in Italia. Restare, tuttavia, è un modo per esprimere vicinanza a persone che considero famiglia. Mi sento un po’ in trincea: vedere i razzi intercettare i droni è tremendo, ma sei consapevole di essere in prima fila in un momento storico che determinerà le sorti globali. Esco solo per brevi periodi e tengo una borsa pronta per uno “sprint” verso il confine turco, unica via di fuga con lo spazio aereo chiuso».

Qual è il suo augurio per il futuro di questa terra e per te stesso?

«Il popolo curdo ha sofferto terribilmente e il loro desiderio di vivere in pace nella loro amata terra è fortissimo. Il mio augurio è che la guerra finisca presto. Anziché di droni, voglio tornare a parlare di calcio: qui tifano Real, Barcellona, Milan o Inter. Quando dico che tifo Atalanta strabuzzano gli occhi. Ho regalato la prima maglia dell’Atalanta in Iraq a un commentatore sportivo locale. Chissà, quando torneranno calma e sicurezza, potrei fondare il primo Atalanta Club proprio qui a Erbil!».

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