In provincia di Bergamo crollano i bar di paese. Dal 2019 sono 494 in meno
I NUMERI. Boom di mense e dei servizi catering. Fusini: «Per durare serve una struttura solida».
Lettura 2 min.Bergamo
Cambiano le abitudini, i consumi e le esigenze di chi mangia fuori casa. Cambiano gli orari, il lavoro e anche il modo di consumare un pasto: il bar tradizionale perde terreno, mentre crescono formule più organizzate, dalla ristorazione al catering, dalle mense alle consegne. E così anche il comparto della ristorazione sta progressivamente cambiando pelle. Dietro i numeri del settore in Bergamasca c’è una trasformazione che va oltre la semplice apertura o chiusura di un locale e ridisegna il modo stesso di fare impresa.
La fotografia è di Confcommercio Bergamo, che registra 7.063 attività. La ristorazione vale il 51,9%, con 3.668 attività. I bar sono 2.938 (41,6%), mentre le imprese che forniscono pasti e catering arrivano a 405 attività (5,7%). Nei primi sei mesi dell’anno il settore arretra dello 0,3% rispetto alla fine del 2025, soprattutto per ristoranti tradizionali e bar. Mense e catering, invece, continuano a crescere.
Bar: -14,4%
Ma è il confronto con il 2019 a mostrare la portata del cambiamento. I bar hanno perso 494 attività (-14,4%). La ristorazione è cresciuta di 87 unità (+2,4%), mentre mense e catering hanno guadagnato 118 attività, con un balzo del 41,1%. Crescono i servizi aziendali, eventi, consegne e formule esternalizzate.
«I numeri del primo semestre 2026 confermano che siamo di fronte a un vero e proprio riposizionamento del settore - afferma Diego Rodeschini, presidente di Fipe Confcommercio Bergamo -. Il dato più eclatante è la progressiva emorragia dei classici “bar di paese”. L’aumento dei costi di materie prime, utenze e affitti e i cambiamenti nelle abitudini dei consumatori, come la diffusione dello smart working, hanno reso il modello del bar tradizionale molto più fragile».
«Il mercato premia la flessibilità e la specializzazione. Il boom del catering e della fornitura pasti indica che la domanda si è spostata verso servizi esternalizzati - mense aziendali, eventi privati, consegne strutturate -, favorendo una concentrazione e un aumento delle dimensioni aziendali. A questa tendenza se ne aggiunge un’altra: ridurre le proprie dimensioni o chiudere il secondo locale per la mancanza di personale, così da gestire in maniera sostenibile l’attività», commenta Petronilla Frosio, presidente del gruppo ristoratori Confcommercio Bergamo.
Un settore che cambia pelle
Anche la struttura delle imprese racconta la trasformazione. Le ditte individuali sono il 38,4%, le società di capitali il 33,1%, quelle persone il 24,5%. «Ciò dimostra che per sopravvivere in questo nuovo scenario serve una struttura manageriale solida – spiega Oscar Fusini, direttore di Confcommercio Bergamo -. La ristorazione sta passando da un modello basato quasi esclusivamente sull’imprenditoria familiare a un sistema che richiede veri e propri investimenti aziendali».
E senza i bar il bilancio sarebbe ancora più positivo. «Se si tenesse conto solo del settore ristorazione e fornitura di pasti, il comparto ristorativo bergamasco registrerebbe una crescita netta di 205 unità (+5,3%) dal 2019 a oggi – continua Fusini -. Per i bar, le difficoltà della nostra economia hanno acuito “lo scoglio del secondo anno”, accentuato sul nostro territorio dopo il Covid. Poco più di un bar su due sopravvive dopo il secondo anno. Chi apre oggi un bar tradizionale si scontra con un mercato saturo, costi fissi elevati e abitudini cambiate, come meno colazioni o pause caffè per via dello smart working. Al contrario, format più strutturati stanno trainando il mercato locale, compensando almeno in parte il calo delle vecchie caffetterie».
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