Omicidio Claris: De Simone condannato a 18 anni e un mese di carcere
IL VERDETTO. La sentenza del processo di primo grado è arrivata alle 15 di martedì 8 settembre.
Lettura 2 min.Bergamo
Diciotto anni e un mese. La presidente della Corte d’assise di Bergamo Donatella Nava, dopo quattro ore di camera di consiglio, martedì 8 settembre ha letto la sentenza che condanna Jacopo De Simone, 20 anni, per l’omicidio di Riccardo Claris. I giudici hanno ritenuto le attenuanti generiche prevalenti rispetto all’aggravante di futili motivi e hanno disposto l’applicazione di tre anni di libertà vigilata dopo che il giovane avrà scontato la pena.
Infine, sono stati statuiti i risarcimenti provvisionali per le parti civili: 200mila euro per la madre della vittima, Alessandra Feroldi, dirigente scolastica (avvocato Fabrizio Losito); 60mila per la sorella Barbara (avvocato Michele Facchinetti) e 50mila per la nonna Barbara Agazzi (avvocato Federico Merelli).
Alessandra Feroldi: «La sentenza non ci restituisce Riccardo, ma dimostra che è stato un gesto gravissimo»
L’imputato ha ascoltato il verdetto a capo chino, accanto al suo avvocato Luca Bosisio, prima di essere riportato nel carcere di Cremona dove è detenuto.
La storia del processo
A luglio la pm Maria Esposito aveva invocato una condanna a 24 anni , con attenuanti generiche equivalenti all’aggravante dei futili motivi e massimo edittale, mentre il difensore Luca Bosisio in via principale l’assoluzione per legittima difesa e in subordine l’eccesso colposo di legittima difesa, esclusione dei futili motivi, la concessione delle generiche e delle attenuanti della provocazione e dello stato d’ira.
Cosa accadde la notte del 4 maggio
Riccardo Claris morì accoltellato la notte del 4 maggio 2025 in via dei Ghirardelli, sotto casa dell’imputato, per una questione di rivalità calcistica (non legata al tifo organizzato): un coro interista intonato a mezza voce dal 20enne al Reef Cafè di Borgo Santa Caterina, locale notoriamente frequentato da tifosi atalantini.
«Siamo a Bergamo e qui si tifa Atalanta», è l’intimazione che si sentì rivolgere De Simone. Che coi suoi compagni, ha ricostruito la pm Esposito, in quel bar entrò con atteggiamento provocatorio e fu poi inseguito insieme agli amici da almeno una quindicina di persone, tra cui Claris. De Simone si rifugiò nel suo appartamento insieme ad alcuni compagni, ma cominciò ad agitarsi quando capì che il fratello gemello e la fidanzata di quest’ultimo, che nella fuga si erano attardati, potevano essere in pericolo. Scese allora in strada dopo aver preso un coltello da cucina e si trovò di fronte al gruppo rivale che stazionava sotto il palazzo.
«Ma se aveva questo timore, perché non contattare il fratello al telefono o chiamare la polizia?», ha osservato la pm. Prima di De Simone, in strada era corsa la madre che, intuendo la malparata e temendo qualche colpo di testa del figlio, si era premurata di placare gli animi.
Il ventenne sferrò un fendente a Claris, che cadde e morì pochi istanti dopo, sotto gli occhi della fidanzata e degli amici. L’imputato sostiene che la vittima lo stava colpendo con una catena. Testimoni affermano invece che il 26enne non fosse armato. Di catene sul luogo del delitto non ne sono state trovate, soltanto la fibbia di una cintura. La difesa a processo ha però parlato di bonifica della zona da parte della compagnia di Claris e di una versione concordata anche tramite l’intervento di un avvocato nei giorni successivi all’omicidio.
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