Terremoto in Friuli, l’abbraccio a Bergamo 50 anni dopo: «Dalla tragedia la forza di rialzarsi insieme» - Foto e video

IL RICORDO. A Gemona e a Colloredo incontri e celebrazioni nel ricordo del terremoto del 1976. Per la Diocesi di Bergamo c’era monsignor Finazzi. «Non solo ricordo di un grande dolore, ma anche consapevolezza di una inedita mobilitazione nazionale».

C’è una statua sull’altare nella chiesa di Colloredo, paese sulle colline a nord di Udine, che ha il volto per metà sfigurato. È il segno indelebile del terremoto del 6 maggio 1976 ed è anche il simbolo delle ferite profonde rimaste nel cuore di questa terra, devastata da quei 56 interminabili secondi che portarono via vite, affetti, ricordi, case, campanili: quasi mille morti, centomila edifici danneggiati, interi paesi rasi al suolo. Eppure quella statua è ancora lì, al suo posto, a testimoniare la tragedia, ma anche la forza di rialzarsi e ripartire. Non da soli, ma con l’aiuto di tutti, perché con il terremoto del Friuli si mobilitò l’Italia intera.

Anche la Bergamasca rispose con grande generosità: la sottoscrizione promossa da L’Eco di Bergamo raggiunse i 700 milioni di lire, ma accanto agli aiuti materiali arrivarono soprattutto competenze tecniche e progettuali. A Colloredo di Montalbano e nella frazione di Mels, i bergamaschi contribuirono alla ricostruzione di un intero villaggio di case – ancora oggi ricordato da una «via Bergamo» – e di un centro civico progettato dall’architetto Sandro Angelini.A mezzo secolo di distanza, proprio per fare memoria di quella tragedia e della straordinaria solidarietà che ne seguì, la Caritas di Udine ha promosso un convegno e una serie di celebrazioni coinvolgendo numerose Diocesi italiane.

Tra queste anche Bergamo, rappresentata a Gemona – città simbolo del sisma – da monsignor Michelangelo Finazzi, vicario episcopale per i laici e la pastorale e presidente della Caritas diocesana. «L’intuizione di Caritas italiana, di fronte a un’emergenza di tali

proporzioni, fu quella di pensare a gemellaggi tra Diocesi, allora del tutto inediti, ma anche di ricostruire le reti sociali creando centri di comunità, ancora oggi punti di riferimento importanti – spiega monsignor Finazzi –. La sfida non era solo rispondere ai bisogni primari, ma ricostruire il tessuto sociale ed ecclesiale, curare le ferite interiori e prendersi cura degli invisibili, che in tragedie come queste sono i più dimenticati fra tutti».

Sabato 2 maggio monsignor Finazzi ha visitato Colloredo di Monte Albano, accompagnato dallo storico amministratore (fu consigliere comunale e sindaco negli anni della ricostruzione) Roberto Molinaro e dal vice sindaco Matteo Venuti: «Abbiamo visitato il paese ricostruito, il castello e soprattutto Mels, la frazione più devastata, dove i bergamaschi hanno realizzato dieci unità abitative, il cosiddetto “villaggio”, in via Bergamo. Un intervento reso possibile anche dal contributo di figure come Sandro Angelini e Vittorio Gandolfi, capaci di guidare la ricostruzione con soluzioni innovative e lungimiranti.

Gli spazi di comunità voluti da Angelini

«Accanto alle abitazioni, Angelini insistette sulla necessità di creare spazi di comunità: nacque così un centro civico che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento per la vita sociale del territorio» ricorda monsignor Finazzi, che durante la visita ha potuto toccare con mano quanto quel legame sia ancora sentito: «Quando dicevamo di essere di Bergamo, quasi ci abbracciavano: c’è ancora una forte gratitudine». Sabato le celebrazioni si sono concluse con la Messa nella chiesa di Lauzzana, frazione di Colloredo, presieduta da monsignor Finazzi insieme al parroco don Artur Kotowicz, alla presenza anche del direttore di Caritas Bergamo don Roberto Trussardi. In serata, insieme alla sindaca Renza Baiutti e alla comunità, si è svolta una cena comunitaria, ulteriore segno di un legame che, a distanza di mezzo secolo, resta vivo.

Domenica 3 maggio monsignor Finazzi ha partecipato alla Messa presieduta dal Cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei, a Gemona: «C’erano delegazioni da tutta Italia, almeno duemila persone, visibilmente commosse nel ricordare i propri defunti e quei 56 secondi che causarono distruzione totale e circa mille morti. Durante l’omelia sono stati rievocati episodi drammatici (mariti che difesero le moglie con il loro corpo, una bambina estratta viva dalle macerie e che fino a poco prima stava cercando di rassicurare il fratellino, trovato poi senza vita, il buio totale sceso poco dopo il terremoto, lasciando tutti nella più cupa disperazione fino al mattino seguente...), ma anche segni di una solidarietà che seppe ridare speranza a una popolazione duramente colpita».

«Accanto al dolore – conclude monsignor Finazzi – resta il ricordo dell’amore, della solidarietà e della capacità di rialzarsi insieme. È questa la vera eredità di quei giorni».

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