Addio a Modonesi, l’occhio che fotografava un mondo di sentimenti
IL LUTTO. Lo storico reporter e professionista internazionale bergamasco si è spento il 6 ottobre. Il suo archivio di scatti al Museo della Fotografia Sestini, con 20.000 stampe.
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Bergamo.
Prima che fotografo, era un «raffinato conoscitore» della fotografia. Un «cultore dei libri fotografici». Possedeva un bagaglio di conoscenze che metteva al servizio della «straordinaria sensibilità» che lo connotava, e attraverso la quale non fotografava solo «un mondo di immagini, ma di sentimenti». Il mondo della fotografia piange Alfonso Modonesi. Si è spento il 6 ottobre all’età di 85 anni lo storico reporter e professionista internazionale bergamasco.
Dal 2018 aveva destinato il suo archivio di scatti al Museo della Fotografia Sestini, da cui era nato il «Fondo Modonesi» composto da 20.000 stampe in bianco e nero, 100.000 diapositive a colori e 100.000 negativi
Un lutto che non lascia nel dolore solo amici e familiari, a partire dai tre figli Francesco, Chiara e Carlo, ma quanti con lui hanno collaborato, fino all’ultimo. Perché Modonesi - classe 1941, autore di indimenticabili reportage a partire da «L’Autunno di Praga» sull’invasione sovietica della Cecoslovacchia documentata nel 1968 insieme a Carlo Leidi - non ha mai abbandonato l’amore per la fotografia. Dal 2018, quando aveva destinato il suo archivio di scatti al Museo della Fotografia Sestini, da cui era nato il «Fondo Modonesi» - composto da 20.000 stampe in bianco e nero, 100.000 diapositive a colori e 100.000 negativi - era diventato uno stretto collaboratore del Museo delle Storie di Bergamo.
Il contributo al Museo
«Alfonso ha collaborato con noi fino alla scorsa settimana ed è mancato proprio oggi (ieri per chi legge, ndr), quando ci saremmo dovuti vedere presso lo studio fotografico Da Re per registrare un’intervista dedicata a lui e alle sue “storie in fotografia” - racconta la direttrice del Museo delle Storie, Roberta Frigeni -. Alfonso aveva stilato un elenco dei servizi che aveva più a cuore, condividendoli con l’amico Ettore Tacchini, e lo avremmo dovuto intervistare per dedicare a lui l’appuntamento di “Archivi Aperti”, in ottobre».
Al museo, dice Frigeni, Modonesi «non ha solo dato», ma per l’istituto «ha fatto tanto». Il suo contributo non si è mai limitato solo ad aiutare le responsabili a catalogare le sue opere: «Ha sempre offerto il suo punto di vista su ogni mostra e iniziativa. Non ha mai finito di stimolare il Museo, che lui reputava un gioiello». Lì avevano casa i suoi lavori, ospitati più volte in diverse mostre collettive. «Ma Alfonso non era solo un fotografo e, per me, un amico prezioso - aggiunge Frigeni -, era un conoscitore dei musei e un appassionato del mondo francese. Continueremo a lavorare per catalogare e digitalizzare il suo Fondo».
«I miei genitori mi regalarono una macchina fotografica a soffietto delle Kodak e, visto che viaggiavo molto con loro, iniziai a documentare quello che vedevo», aveva raccontato qualche anno fa
Quella di Modonesi è stata una carriera sessantennale. E iniziata con qualche difficoltà: perito chimico all’Esperia, con una tradizione familiare di professionisti del settore bancario, non fu facile convincere il padre ad intraprendere il mestiere di fotografo. Ai tempi dei primi scatti aveva 15 anni. «I miei genitori mi regalarono una macchina fotografica a soffietto delle Kodak e, visto che viaggiavo molto con loro, iniziai a documentare quello che vedevo», aveva raccontato qualche anno fa. Da lì fu un percorso in ascesa. Dalla vittoria del prestigioso Premio Fermo per due anni di fila nel 1964 e nel 1965 (succedendo alla vittoria, nel 1963, di Pepi Merisio, uno dei suoi maestri e dei fotografi a cui più era legato oltre a Gianni Limonta e ad Eugenio Goglio, di cui era un estimatore) fino alla collaborazione con il giornale «L’Europeo», dove ha lavorato con Oriana Fallaci; e ancora passando dal racconto del calcio provinciale nei campi da gioco della Val Seriana - le cui foto sono raccolte nel libro «Vita e pensieri di un arbitro» di Paolo Casarin - a quello di Città Alta, dove abitò, e che nel 1977 scelse di pubblicare nel libro «Bergamo. Una città e il suo fascino». La sua, infatti, era anche e soprattutto una fotografia di costume: fatta di immagini di persone semplici e di scene della vita quotidiana.
Il ricordo di Ettore Tacchini
«Adesso il fotoreporter se non è un fotografo di guerra non esiste. Interessano solo le tragedie. Io, invece, ho fotografato tendenzialmente gente che sorrideva», aveva dichiarato in un’intervista rilasciata al nostro giornale nel 2019. «La Bergamo che Alfonso ha riportato, quella degli anni Sessanta, è una Bergamo che non c’è più, sia nei paesaggi sia nelle persone - evidenzia l’amico avvocato Ettore Tacchini -. Alfonso era una persona meravigliosa. E aveva la sensibilità dei più grandi fotografi. I suoi reportage infatti sono assolutamente straordinari. Alfonso è un Pepi Merisio meno vicino al popolo e più vicino all’attualità», sottolinea l’avvocato Tacchini.
La sua famiglia - che insieme a tutti i parenti, gli amici e conoscenti potranno salutarlo alla Casa del Commiato di via San Bernardino e poi venerdì alle 10 nei funerali alla chiesa parrocchiale di Longuelo - continuerà a portare avanti la sua eredità nello studio di via Paleocapa 19, fondato quasi sessant’anni fa
L’amore per la famiglia
Per Modonesi, però, il lavoro più bello di tutti restava sempre uno: «Le fotografie di mia moglie», aveva rivelato in passato. Sandra, la sua compagna di vita, era per lui «la sua spina dorsale», ribadisce Tacchini.
«Oltre ad essere ricordato come un grande fotografo mio padre era anche una brava persona. Ci ha inculcato valori importanti ed è sempre stato molto attento alla nostra educazione da un punto di vista etico e morale. E ha sempre aiutato le persone che avevano più bisogno»
La sua famiglia - che insieme a tutti i parenti, gli amici e conoscenti potranno salutarlo alla Casa del Commiato di via San Bernardino e poi venerdì alle 10 nei funerali alla chiesa parrocchiale di Longuelo - continuerà a portare avanti la sua eredità nello studio di via Paleocapa 19, fondato quasi sessant’anni fa. «Per lui la fotografia non era solo un lavoro, ma una passione. Era innamorato di tutto ciò che era fotografico - spiega il figlio Francesco -. Oggi io e mio fratello, che è fotografo, gestiamo lo studio, sempre secondo le sue direttive».
Dietro la fotografia però c’era prima di tutto un uomo: «Oltre ad essere ricordato come un grande fotografo mio padre era anche una brava persona - conclude Francesco -. Ci ha inculcato valori importanti ed è sempre stato molto attento alla nostra educazione da un punto di vista etico e morale. E ha sempre aiutato le persone che avevano più bisogno».
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