«Anziani» in azienda: nell’ultimo decennio triplicati gli over 60
DEMOGRAFIA. Lo dicono i dati dell’Inps sul settore privato. Quasi un dipendente su tre oggi ha più di cinquant’anni. I sindacati chiedono una riflessione su sicurezza e salute.
Lettura 2 min.Un cambiamento profondo, dai tanti risvolti. La rivoluzione demografica impatta anche sul mondo del lavoro, determinando l’«invecchiamento» degli occupati: si alza l’età media e, per il mix tra normative previdenziali (che posticipano l’uscita) e difficoltà di mercato (che complicano il turnover da parte delle imprese), ci sono sempre più «anziani» in azienda. Secondo i dati dell’Inps sui dipendenti del settore privato, tra il 2014 e il 2024 i lavoratori over 50 in Bergamasca sono aumentati del 72,8%. Nel dettaglio, si è registrato un incremento del 55,3% nella fascia tra 50 e 59 anni e addirittura del +193,7% tra gli over 60.
In valore assoluto – pur tenendo conto che nello stesso arco temporale l’occupazione ha avuto una fase espansiva, quindi la platea totale degli occupati è aumentata – si è passati da 70.937 a 122.553 addetti oltre i 50 anni; mentre gli over 60, che nel 2014 erano 8.931, nel 2024 sono diventati 26.234. Da un’altra prospettiva: se prima gli over 50 erano «solo» il 22,2% della popolazione lavorativa del privato, cioè meno di uno su quattro, nel 2024 sono arrivati al 31,2%, quasi uno su tre.
L’edilizia, pilastro portante dell’economia orobica, ha vissuto un’accelerazione ancora più marcata: sempre stando ai dati dell’Istituto nazionale della previdenza sociale, gli over 50 sono più che raddoppiati (+102,4%) nel giro di un decennio. E il trend, come suggerisce la stragrande maggioranza delle proiezioni demografiche, è destinato a proseguire e ad acuirsi.
Salute e sicurezza
Si tratta di uno stravolgimento che comporta riflessi in materia di salute e di sicurezza, perché l’anagrafe inevitabilmente amplifica l’insorgenza di malattie professionali, specie nelle mansioni che richiedono un maggiore sforzo fisico, e la probabilità di infortuni. L’evidenza più dolorosa è nella biografia delle vittime di alcuni recenti incidenti mortali avvenuti nelle aziende e nei cantieri della Bergamasca, nei quali hanno perso la vita lavoratori over 60.
«Il cambiamento demografico è rilevante – ribadisce Marco Toscano, segretario generale della Cgil Bergamo –. Non tutte le professioni sono uguali, occorre una riflessione sia sull’organizzazione aziendale, che deve essere adeguata al mutamento, sia sui requisiti per la pensione, che non possono essere ulteriormente innalzati. Quando si parla di sicurezza, le richieste vertono in primo luogo sui controlli e sulla formazione effettiva, ma occorre tenere in considerazione anche l’aspetto dell’età, un altro fattore di rischio sul quale intervenire».
E se oggi la definizione di «anziano» è ben differente rispetto a un tempo, è necessario però ragionare sul tipo di impiego che si svolge: «Lavorare in ufficio o in cantiere è certamente diverso, e farlo a 60 o 70 anni può essere in un caso possibile e nell’altro no, ma mai come in quest’epoca – sottolinea Francesco Corna, segretario generale della Cisl Bergamo – convivono così tante generazioni nello stesso posto di lavoro. A seconda del comparto, bisogna intervenire su mansioni, orari, uscita graduale dal mondo del lavoro: è uno sforzo che richiede l’impegno di tutti».
Certo, riconosce Corna, «la carenza di manodopera fa sì che le aziende chiedano ai dipendenti esperti di restare più a lungo in azienda. È una questione che al giorno d’oggi interroga l’intero mercato del lavoro».
Il capitolo pensioni
Queste sono le settimane in cui il governo sta mettendo a punto la legge di bilancio, e il capitolo «pensioni» è notoriamente caldo: «Non ci sono parole che possano colmare il dolore delle famiglie di fronte a certe tragedie – premette Pasquale Papaianni, coordinatore territoriale della Uil Bergamo –, ma la politica ha il dovere di assumersi una responsabilità: non è pensabile andare oltre i 67 anni di età pensionabile, auspico che il governo ne tenga conto in sede di manovra e imbocchi una strada giusta, che consenta di uscire a un’età più bassa». Secondo Papaianni «serve un intervento che tuteli i lavoratori, pensando anche ai maggiori pericoli che vive chi resta in azienda a una certa età. Peraltro, spesso una lunga esperienza diventa un paradossale fattore di rischio: quando si ripetono gli stessi movimenti per decenni, si sviluppa un senso di sicurezza che può portare a non cogliere certi pericoli. Insieme all’età, diventa un combinato disposto da tenere in considerazione e sul quale agire».
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