Cisgiordania, l’altro fronte tra attacchi ed elezioni
MONDO. Dopo che alle porte di Hebron due palestinesi hanno ucciso due soldati israeliani a un posto di blocco e sono stati colpiti a loro volta a morte, Benjamin Netanyahu ha annunciato il blocco totale della Cisgiordania, chiamandola Giudea e Samaria secondo la definizione biblica.
Lettura 2 min.Ha aggiunto che l’esercito «entrerà nei quartieri» da dove provenivano gli attentatori di Hamas, «evacuerà i residenti e andrà porta a porta a distruggere le infrastrutture terroristiche» e «costruiremo quelle per gli insediamenti». Parole denunciate perfino da Antonio Tajani: «Non è colpendo la popolazione palestinese - ha detto il ministro degli Esteri - soprattutto i pacifici villaggi cristiani, che si risolve il problema della sicurezza di Israele». Il riferimento ai villaggi cristiani riguarda Taybeh. I Patriarchi e capi delle Chiese a Gerusalemme martedì scorso in una nota hanno denunciato quanto sta accadendo in Cisgiordania, definendo un «vile attacco» quello compiuto sabato 17 ottobre «da coloni a volto coperto a Taybeh, ai danni dei residenti durante la raccolta delle olive e contro ospiti stranieri, tra cui diplomatici e funzionari di Paesi europei, che si trovavano con loro in una visita di solidarietà».
«Leviamo la nostra voce con dolore e ferma determinazione di fronte alle sofferenze che continuano a colpire Gaza, migliaia di vite innocenti sono andate perdute e intere comunità giacciono in rovina; i più vulnerabili - bambini, anziani e malati - sono costretti a sopportare privazioni inimmaginabili». «Esortiamo le autorità competenti a consegnare i responsabili (i
La tensione nella regione è altissima, alimentando gli estremismi, cresciuta con la guerra in Iran e con le violenze in Paesi dell’area
coloni, ndr) alla giustizia - conclude la nota - e la comunità internazionale a intensificare gli sforzi per garantire la protezione degli abitanti di Taybeh e della Cisgiordania». La tensione nella regione è altissima, alimentando gli estremismi, cresciuta con la guerra in Iran e con le violenze in Paesi dell’area: sempre ieri sette persone sono morte in una sparatoria in una chiesa nel villaggio di Hamud, in Giordania. Ragionevolezza e giustizia non hanno cittadinanza. Il colono israeliano e ministro dell’estrema destra religiosa Bezalel Smotrich ha dichiarato che «è inevitabile una campagna militare su vasta scala in Giudea e Samaria per smantellare l’Autorità palestinese, sequestrare le armi ed eliminare i terroristi. Proprio come a Gaza e in Libano». Le «campagne» nella Striscia e nel Paese dei cedri peraltro, a fronte della morte di decine di migliaia di civili e di distruzioni immani, non hanno smantellato né Hamas né Hezbollah.
La campagna elettorale
Ma Israele è in campagna elettorale (si vota martedì prossimo) e la maggioranza che sostiene Netanyahu, appoggiato da Donald Trump, non è certa della conferma: necessita di tenere alta la tensione dimostrando che è pronta a reagire con la guerra. Il blocco totale della Cisgiordania non cambierà di molto le cose: è già bloccata, tra colonie (occupano il 43% del territorio, sorte dagli anni ’70), posti di blocco fissi e mobili, strade chiuse e le violenze impunite di centinaia di coloni che incendiano abitazioni e moschee, aggrediscono, sottraggono terreni e distruggono uliveti (286mila piante estirpate o danneggiate in 3 anni). Dopo il massacro di Hamas il 7 ottobre 2023, le azioni dell’esercito israeliano hanno ucciso 1.222 persone, 30mila gli sfollati. A Masafer Yatta, nella zona di Hebron, dopo che lo stesso esercito ha abbattuto abitazioni, alcune famiglie ora vivono nelle grotte. Il governo Netanyahu non vuole testimoni: nei giorni scorsi sette attiviste e attivisti italiani che aiutavano i palestinesi nella raccolta delle olive sono stati espulsi dal Paese. I coloni prendono di mira anche giornalisti stranieri: il caso più recente riguarda la fotoreporter statunitense del «Washington Post» Heidi Levine.
Tra i leader rivali di Netanyahu alle elezioni solo Yair Golan (Democratici) ha accennato alla possibilità di uno Stato palestinese, a parte i partiti arabi. Il voto per il rinnovo dell’Autorità palestinese previsto a novembre invece è stato rinviato a settembre 2028. La terra martoriata non trova pace.
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