Gli insulti del Tycoon, l’Europa via d’uscita

MONDO. Era da tempo che Giorgia Meloni aveva rinunciato al suo sogno di essere l’interlocutore privilegiato, per via della consonanza ideologica, dell’Amministrazione americana. Il duro botta e risposta con Trump sul Papa e sullo Stretto di Hormuz avevano fatto svanire progetti irrealistici di fronte all’imprevedibilità di Trump.

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Però evidentemente Meloni sperava, nell’incontro di Evian al G7, di normalizzare i rapporti incrinati con il tycoon, riportandoli ad un livello diplomaticamente accettabile. È per questo che dal video di Meloni diffuso ieri si coglie non solo la rabbia per gli insulti ricevuti («Giorgia mi ha implorato», «Mi ha fatto pena») ma anche la sorpresa, tanto l’attacco è stato imprevisto e immotivato. Perché Trump ha voluto mortificare così la premier italiana? Se lo chiede anche lei aggiungendo a sua volta un attacco non da poco: «Perché queste cose inventate e inaccettabili per i tuoi alleati e poi l’accondiscendenza con i nemici dell’Occidente e degli Stati Uniti?». Un comportamento incomprensibile soprattutto di fronte all’atteggiamento esitante degli Usa verso Putin e all’accordo con l’Iran che tutto il mondo ha considerato mortificante per gli Stati Uniti. E dunque ecco la frase che vuol essere uno schiaffo in faccia: «Io e l’Italia non imploriamo mai».

Meloni sarà ancora più determinata a cercare alleanze in Europa dimostrando che può influire sulla politica dell’Unione con un europeismo non «ideologico» ma «realistico»: è esattamente ciò che è accaduto al Parlamento europeo l’altro giorno per l’approvazione del giro di vite nei confronti degli immigrati clandestini e l’adozione comunitaria del «protocollo italo-albanese» pur così contrastato in Italia dall’opposizione, dai giudici e dalla stampa vicina all’opposizione

Nessuno naturalmente pensa che questo significhi la rottura tra i due Paesi, bisognerà tornarci su tra qualche tempo, ma di sicuro l’episodio fa calare un gelo tra Roma e Washington con un immediato effetto collaterale: Meloni sarà ancora più determinata a cercare alleanze in Europa dimostrando che può influire sulla politica dell’Unione con un europeismo non «ideologico» ma «realistico»: è esattamente ciò che è accaduto al Parlamento europeo l’altro giorno per l’approvazione del giro di vite nei confronti degli immigrati clandestini e l’adozione comunitaria del «protocollo italo-albanese» pur così contrastato in Italia dall’opposizione, dai giudici e dalla stampa vicina all’opposizione. Acquisire un ruolo sempre più centrale in Europa preparandosi a quello che potrà capitare l’anno prossimo quando le elezioni del 2027 in tanti Paesi europei, a cominciare dall’Italia, dalla Francia, dalla Spagna, potrebbe spostare ancora più a destra l’equilibrio che regge le sorti dell’Ue finendo per rafforzare un governo di destra moderata e riformista quale è quello che Meloni cerca di incarnare (sempre che non apra le porte a Vannacci, naturalmente).

C’è da aggiungere che nessun leader europeo insultato da Trump (è successo quasi a tutti, da Macron a Merz a Sanchez) ha risposto con la durezza di Giorgia Meloni: trenta secondi di fuoco

C’è da aggiungere che nessun leader europeo insultato da Trump (è successo quasi a tutti, da Macron a Merz a Sanchez) ha risposto con la durezza di Giorgia Meloni: trenta secondi di fuoco. Sarà anche per questo che la premier ha ricevuto tanta solidarietà dai partner che si sono scattati dei selfie con lei. E in Italia immediata è stata la solidarietà di Mattarella e di gran parte dello schieramento politico di opposizione oltre che di maggioranza. Mentre Tajani annullava un incontro con il segretario di Stato Usa Rubio a Miami e Crosetto rilasciava una dichiarazione di fuoco - per parlare dei due ministri che più di altri hanno rapporti con Washington – l’unico a distinguersi è stato Giuseppe Conte (il famoso «Giuseppi» di Trump) che ha preferito ironizzare sul Meloni piuttosto che unirsi alla difesa della dignità nazionale come invece hanno fatto gli altri, dal Pd a Calenda.
Più puntuto il commento di Matteo Renzi, reduce da una rimpatriata con Obama e Biden a Chicago: «Finalmente Giorgia ha capito che di Trump non ci si può fidare mai».

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