La crisi inglese va oltre la Manica

EUROPA. La crisi dei laburisti inglesi ci riguarda, e non solo perché il sistema britannico si sta «italianizzando»: a Londra ci si interroga sul collasso di una classe dirigente complessiva, celebrata fino all’altro ieri e, da noi, il governo Meloni si appresta al record di stabilità.

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Nella proiezione interna, lo scontento della Brexit ha spaccato laburisti e conservatori. Gli effetti sismici sul piano politico e sociale paiono più profondi di quelli economici, che pure sono nettamente negativi: l’uscita dall’Unione europea ha superato conflitti di classe e fedeltà partitiche, seminando ferite profonde. L’ideologia identitaria batte il vissuto quotidiano degli inglesi (il Pil pro capite è sceso del 6-8%), un paradosso: la maggioranza ritiene un errore la Brexit, eppure premia ancora il suo ideatore, Farage. Nel fortino del bipartitismo e dell’alternanza, il sistema s’è frantumato: le due grandi formazioni non arrivano al 20% dei consensi, incalzate a sinistra da verdi, liberaldemocratici e nazionalisti e a destra da Reform di Farage. Se si votasse oggi, né laburisti né conservatori, per la prima volta dal 1922, non arriverebbero al primo posto.

Nei 40 anni precedenti il fatidico 2016, il Regno Unito ha avuto solo 6 premier. Nei successivi 10 siamo già a 7 con l’uscita di scena di Starmer e l’arrivo di Burnham. Nella proiezione esterna, il decennio perduto rende al meglio la cifra della vulnerabilità: in quasi tutti i Paesi europei i governi, appesi a maggioranze incerte ed eterogenee, sono più frammentati e più deboli. La Brexit ha anticipato, o comunque ha dato dignità di tribuna alla rivolta antiliberale e alla controrivoluzione reazionaria che ha raggiunto l’apice con la prima elezione di Trump. È cambiata la grammatica politica in nome del mito della «gente comune»: non più soltanto confronto destra-sinistra, ma ceti urbani contro quelli del contado, distretti industriali contro quelli deindustrializzati, il basso contro l’alto. Il lessico che ha fatto la fortuna dell’America Maga.

I costi della regressione democratica hanno impattato sui partiti europeisti, in particolare sulla sinistra di governo, alla quale è scappata di mano la rappresentanza dei ceti popolari. Nell’Europa mediterranea l’ultimo presidio socialista, quello dello spagnolo Sanchez, incautamente preso a modello tempo fa da Elly Schlein, è sotto assedio per alcune inchieste giudiziarie che riguardano i vertici del partito e familiari del premier. In Francia Macron, secondo il lessico italiano, ha rottamato socialisti e gollisti, senza creare una valida alternativa: il risultato è la polarizzazione fra destra estrema e sinistra populista. Anche al Nord la socialdemocrazia dal welfare esemplare è in difficoltà e, nel caso della Danimarca, ha fatto ricorso a una stretta sui migranti.

Il laboratorio Germania il «grande malato» al centro di tutto, fa storia a sé: socialdemocratici e democristiani della Cdu-Csu, insieme nel governo, sono ai minimi storici. Il consenso al cancelliere Merz è in caduta libera e, in compenso, a conferma che il Muro è rimasto nella testa di tanti, l’estrema destra sfiora il 30% dei consensi nei sondaggi. Dopo essere uscita dai confini dell’Est, si sta normalizzando su tutto il territorio creando una minaccia inedita: quella di un blocco alla destra dei democristiani. Il «cordone sanitario» contro l’ultradestra, con Merz, per ora funziona, ma nel suo stesso partito non tutti la pensano come il cancelliere. Nell’Europa dell’Est, esauritasi la fase del post-comunismo, la geografia politica conferma il trend: le sinistre in genere, o comunque le coalizioni di centrosinistra, non toccano quasi mai palla.

Il laboratorio Germania il «grande malato» al centro di tutto, fa storia a sé: socialdemocratici e democristiani della Cdu-Csu, insieme nel governo, sono ai minimi storici

Lo spettro dei partiti spesso va dal centro alla destra liberal-conservatrice e alle destre nazionaliste e xenofobe. Qui intervengono fattori come il lascito della sovietizzazione, il trauma dall’economia pianificata al libero mercato, il permanere delle ruggini etniche, e non ultimo l’imperativo di dover imitare l’Occidente, sollecitazione che ha mobilitato frustrazioni identitarie. Pure in queste terre si avvertono sintomi di «stanchezza» della democrazia: così in Polonia e Ungheria, benché rientrate nello Stato di diritto.

Lo spostamento complessivo a destra si ripercuote sui vertici Ue. Dal 1999, e in seguito al successivo allargamento a Est, il Partito popolare europeo (Ppe, centrodestra) ha stabilmente superato socialisti e democratici ed è il gruppo maggiore. Ma le tre formazioni storiche (Ppe, socialisti, liberali, cioè la maggioranza che sostiene la Commissione di Ursula von der Leyen) dal 2014 al 2024 sono scese dal 75 al 55% dei seggi, a beneficio degli euroscettici di destra che nelle elezioni di due anni fa hanno preso il 26% dei seggi. L’effetto combinato di questi sbalzi, nell’azionare il freno all’integrazione, ha posto i Popolari, a trazione tedesca, come baricentro dell’architettura politica: possono giocare su due tavoli, ricorrendo a maggioranze variabili – a seconda dei temi – ora con gli alleati ora con le destre sovraniste. L’ambigua politica dei due forni, a maggior ragione quando viene replicata, riafferma l’inclinazione a destra ed è potenzialmente divisiva: un problema, non la soluzione.

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