La Lega «spolpata» e il dilemma di Meloni

ITALIA. La notizia politica del giorno è una sola: Vannacci ha superato Salvini, Futuro Nazionale è al 5,9%, la Lega al 5,8%. Un’inezia, dirà il lettore.

Lettura 2 min.

Sì, una inezia che pesa come un masso perché sposta il partito del vicepremier, dei suoi ministri, dei governatori del Nord, quello che ha lottato con Forza Italia per il secondo posto nella coalizione di centrodestra e lo fa precipitare al quarto gradino, e per fortuna che dietro il Carroccio c’è la pattuglietta di Noi Moderati di Maurizio Lupi. Sostengono alcuni analisti che Vannacci non «ruba» voti solo alla Lega ma va a pescare all’area di elettori, soprattutto ex missini, delusi dal governo non abbastanza «di destra» di Giorgia Meloni: in effetti in questi quattro anni la premier ha fatto di tutto per occupare in Italia e in Europa una posizione di destra moderata, riformista, europeista quel tanto che basta e sovranista molto al di qua del punto di rottura con Bruxelles, con i mercati, con i «poteri forti» insomma.

Sarà vero che Vannacci fa il pifferaio di questi delusi ma è un fatto che la sua prima vittima è proprio la Lega ed è anzi proprio Salvini che lo ha voluto candidare al Parlamento europeo, che lo ha fatto vice-segretario tra mille mugugni dei suoi, e che poi ha ricevuto il benservito dal generale «traditore», come gli dice Ignazio La Russa. Già, perché a Vannacci guarda anche un pezzo dell’area di Fratelli d’Italia che come partito non ne risente (sta saldamente a sei punti sopra il PD) per la ragione che abbiamo detto sopra: Futuro Nazionale attrae molti di quelli che hanno smesso di votare.

In ogni caso in questo momento il problema è la Lega: è saltato il consiglio federale previsto per ieri per la ragione che non c’è ancora una soluzione interna capace di gestire la crisi e contrastare l’assalto dei futuristi. Salvini parla di una cabina di regia dove coinvolgere i governatori del nord, i ministri, gli amministratori. Ma a Zaia, Fontana, Fedriga questo non basta, e non basta nemmeno la carica di vicesegretario da dare a Zaia. Del resto Salvini è nettamente contrario ad accedere all’ipotesi di partito alla tedesca: come in Germania ci sono la CDU e la CSU unite da un patto, così al Nord piacerebbe riavere una Lega «nordista» che tuteli e conservi i voti dei ceti che hanno sempre guardato al movimento di Bossi, di Maroni e dello stesso Salvini almeno fino a quando non si è messo in testa di fare una Lega «nazionale» che ha funzionato così-così.
Per certo molti degli eletti a sud di Firenze piuttosto che accettare una divisione alla tedesca preferirebbero andarsene con Vannacci che, stando così le cose, potrebbe offrire una candidatura sicura.

Sarà questo il vero dilemma di Giorgia Meloni alle prossime elezioni. Con un partito alle porte che, dice Italo Bocchino, «è più un problema che una risorsa» e che cresce a questi ritmi, prima o poi bisognerà fare i conti. Aprirgli le porte significherebbe presentarsi al mondo con una coalizione di estrema destra, tutto il contrario di quanto ha fatto Meloni sin qui. Obiezione: l’anno prossimo anche la Francia potrebbe andare a destra coi lepenisti e la Germania avrà come primo partito i neonazisti di AfD, e così potrebbe accadere in Spagna e in Polonia…

Secondo scenario: tenersi la Lega che c’è, andare avanti da soli e accettare la sfida di Vannacci. C’è il rischio che il centrodestra non ce la faccia a prendere il premio di maggioranza previsto dalla nuova legge elettorale e finisca con un pareggio col centrosinistra che già qualcuno chiama «Scenario Weimar».

© RIPRODUZIONE RISERVATA