La sicurezza europea è indivisibile

MONDO. In queste settimane basta una notizia allarmante dal Nord Europa a evocare immediatamente lo spettro di uno scontro frontale tra Russia e Occidente.

Lettura 2 min.

L’arresto di un uomo ritenuto vicino a un’organizzazione di destra (apparentemente di matrice totalmente polacca), accusato di aver pianificato un attentato contro il primo ministro e il ministro della Difesa polacchi, ha fatto scattare l’allarme nei Servizi di sicurezza di mezza Europa.

Episodi come questo non fanno che alimentare la percezione di insicurezza. È in questo clima che va letta la vulgata, diffusa in Italia e nei Paesi del Sud Europa, che vede Polonia, Stati Baltici e nordici come i principali alleati dell’Ucraina pronti a uno scontro diretto con Mosca, servendosi delle capacità militari della Nato. In realtà fra i leader di questi Paesi - talvolta liquidati sbrigativamente come «guerrafondai» - prevale la logica della deterrenza: rafforzare le difese Nato per rendere chiaro al Cremlino che il costo di un’aggressione sarebbe inaccettabile.

Una a vulgata, diffusa in Italia e nei Paesi del Sud Europa, vede Polonia, Stati Baltici e nordici i principali alleati di Kiev pronti allo scontro diretto con Mosca

È comprensibile che a Varsavia e in capitali come Helsinki, Stoccolma o Tallin la minaccia russa sia considerata come esistenziale alla luce di precedenti storici novecenteschi (e non solo) che parlano chiaro. In questo quadro s’inseriscono anche iniziative estemporanee e potenzialmente molto pericolose, come quella del ministro degli Esteri polacco Sikorski, di intensificare le esercitazioni Nato in prossimità dell’exclave russa di Kaliningrad per indurre Mosca a distogliere forze dal fronte ucraino. Inevitabile la netta reazione russa con la minaccia del ricorso alle armi nucleari se l’Alleanza atlantica tentasse di isolare Kaliningrad.

L’opinione pubblica

Ma dietro queste prese di posizione assertive dei governi che più temono l’Orso Russo, cosa pensano i cittadini polacchi, baltici o scandinavi? Secondo vari sondaggi citati da Ibris, Radio Zet e Europion/Euronews, in Polonia la disponibilità a combattere è davvero limitata: non più del 25% si arruolerebbe volontariamente, il 58% non ha intenzione di imbracciare le armi e quasi un quarto degli interpellati si trasferirebbe all’estero. I polacchi, inoltre, sono contrari all’ingresso dell’Ucraina nella Nato (63%) e nell’Ue (65%). Il disamoramento nei confronti degli ucraini presenti in Polonia ha del clamoroso se si confronta con l’accoglienza straordinaria riservata nei mesi successivi allo scoppio della guerra nel 2022. Esiste, dunque, una certa divergenza fra la retorica governativa, orientata fortemente alla deterrenza, e i sentimenti di una società civile consapevole del pericolo ma profondamente riluttante a farsi coinvolgere militarmente.

La minaccia russa nei paesi nordici

Nei Paesi Baltici e in quelli nordici (soprattutto in Finlandia) esiste una percezione della minaccia esistenziale russa molto più tangibile e protratta nel tempo. Tra i polacchi e i vicini baltici e nordici esiste di fatto un’importante differenza nel modello di difesa: i primi si affidano a un esercito altamente tecnologico e professionale dove il coinvolgimento dei cittadini non è considerato strumento primario di resistenza, mentre gli altri contano sulla leva obbligatoria e la mobilitazione universale che presuppone una fiducia diffusa nello Stato (meno presente in Polonia). Quando la retorica governativa negli Stati dell’Europa centro-orientale/nordici - e di figure di rilievo come la responsabile della politica estera dell’Ue, Kaja Kallas - assume toni troppo allarmistici, è facile per la Russia portare avanti campagne di disinformazione per presentare i Paesi del fianco Est della Nato come aggressivi e russofobi, etichettando le misure difensive e di deterrenza come prove di intenzioni offensive.

La dicotomia esistente a livello di opinioni pubbliche europee - che contrappone il presunto «bellicismo» dei Paesi nord orientali alla presunta «ingenuità» di quelli meridionali - andrebbe superata riconoscendo che la sicurezza europea è indivisibile. In altri termini: occorre trovare un minimo comune denominatore e riconoscere che così come un’aggressione al confine orientale indebolisce l’intero assetto europeo, altrettanto flussi migratori, non adeguatamente gestiti, possono destabilizzare il continente.

© RIPRODUZIONE RISERVATA