La stabilità del sistema, interesse comune

ITALIA. Si sente spesso ripetere, con un pizzico di benaltrismo e una dose di pragmatismo spicciolo, che «con le riforme elettorali non si mangia».

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Una verità innegabile se si guarda all’immediato: nessuna legge sulle modalità di voto ha mai riempito direttamente le tasche dei cittadini o creato posti di lavoro dal giorno alla notte. Eppure, questa narrazione trascura un dato fondamentale: se è vero che la riforma elettorale non è il cibo, essa rappresenta indubbiamente la cucina. Regolando i meccanismi di accesso al potere, le regole del gioco istituzionale creano le condizioni strutturali per avere una politica capace di programmare a lungo termine e, grazie a un quadro di certezze giuridiche ed economiche, di attrarre investimenti: in una parola, di dare l’abbrivio all’economia.

L’opinione pubblica la percepisce per lo più come una questione autoreferenziale del ceto politico: discute di se stesso anziché dei problemi reali del Paese

D’altro canto, è pur vero che la modifica delle leggi elettorali non gode di una buona popolarità. L’opinione pubblica la percepisce per lo più come una questione autoreferenziale del ceto politico: discute di se stesso anziché dei problemi reali del Paese. La storia ci insegna, però, che cambiare le regole del gioco non è mai un esercizio neutro o marginale. Si è visto chiaramente all’inizio degli anni Novanta: è bastato mutare la legislazione elettorale in senso maggioritario per far crollare un intero sistema politico, tanto che si è parlato - pur senza modifiche formali della Costituzione - della fine della Prima Repubblica e della nascita della Seconda. La modalità, con cui si trasformano i voti in seggi, ha il potere di ridisegnare la fisionomia di un sistema politico.

La democrazia vive oggi una crisi sistemica in tutto l’Occidente, caratterizzata da una progressiva perdita di sovranità economica a vantaggio di mercati e organismi sovranazionali, dallo svuotamento delle competenze dell’esecutivo e da una generalizzata erosione dell’autorità della classe politica.

Questo principio vale con forza ancor maggiore nell’attuale frangente politico. I sondaggi ci avvertono in modo inequivocabile che le forze politiche in campo tendono a equilibrarsi, che l’orizzonte bipolare si muove su fili tesi. Dobbiamo aspettarci che chiunque dei due poli prevarrà, sarà di misura. In un contesto di frammentazione degli schieramenti e polarizzazione del sistema politico, lasciare le regole del gioco all’improvvisazione o a sistemi non bene calibrati significa condannarsi all’ingessatura. La democrazia vive oggi una crisi sistemica in tutto l’Occidente, caratterizzata da una progressiva perdita di sovranità economica a vantaggio di mercati e organismi sovranazionali, dallo svuotamento delle competenze dell’esecutivo e da una generalizzata erosione dell’autorità della classe politica. Proprio per reagire a questa deriva, diventa vitale blindare la stabilità di governo e garantire un rapporto diretto, chiaro e trasparente tra l’esecutivo e gli elettori. Chi vince deve poter governare; chi perde deve poter fare opposizione, senza il filtro di infinite mediazioni post-elettorali, che sfigurano la volontà espressa nelle urne. Dovrebbe essere perciò un interesse comune, superiore alle bandiere di partito, conciliare la stabilità con l’operatività del sistema. Su queste precise condizioni storiche e istituzionali sarebbe lecito attendersi - e pretendere - un consenso trasversale. Le opposizioni e le maggioranze del momento non dovrebbero dimenticare che le regole scritte oggi varranno anche a ruoli invertiti domani.

Senza un meccanismo che assicuri la governabilità, l’orizzonte macroeconomico e politico è già tracciato: maggioranze frammentate, ostaggio dei veti incrociati di piccoli partiti e destinate a generare i cosiddetti «governi balneari». Parliamo di esecutivi di breve respiro, deboli e transitori, strutturalmente incapaci di attuare qualsiasi politica industriale e sociale di ampio respiro. In un mondo che corre a velocità frenetiche, l’immobilismo politico è il lusso che non possiamo permetterci. Non è solo una questione di efficienza amministrativa, ma una ragione in più per preoccuparsi seriamente per la sorte e la tenuta della nostra democrazia. Sbloccare le istituzioni significa, in ultima analisi, restituire dignità e futuro al Paese.

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