( foto ansa)
ITALIA. Matteo Salvini, il titolare della decrescita infelice della Lega, ha esaurito la propria funzione politica ed è a fine corsa? Azzerato il marchio della ditta, resta privo di un codice identitario attorno al quale radunare la propria rappresentanza? Domande non nuovissime, ma con qualche fondamento in più del solito dopo la frattura dell’ala nordista, in cui s’è distinto il solitamente prudente governatore della Lombardia, Fontana.
Lettura 3 min.Segno che il rumore di fondo, il sottotraccia che chiede il rinnovamento programmatico del partito, in pratica il ritorno del figliol prodigo a casa, alle origini padane, è diventato un fatto politico esplicito, superando i limiti imposti dalla normale dialettica interna e dalla disciplina che da sempre distingue la Lega e la sua struttura leaderistica. In questo caso è in campo l’élite territoriale del Nord, sia pure graduata nei toni e nei silenzi. Una fronda - quella degli Zaia, Fedriga, Fontana e di alcuni vertici provinciali del Nord - che va avanti da tempo procedendo fra pause e rilanci. Con una caratteristica: s’è sempre mossa con i piedi di piombo, adusa ai colpi di testa, sapendo le difficoltà di rappresentare l’alternativa ad un segretario plebiscitato dal Congresso soltanto l’anno scorso, quindi con un consenso corale. Il prossimo raduno di Pontida potrà dire qualcosa di più preciso sia perché rappresenta l’appuntamento del cuore e delle emozioni sia perché lo strappo potrebbe sfuggire di mano. Per la Lega, che nel 2027 compie 40 anni, è la crisi di mezza età.
Per Salvini è la conferma che lo stigma dello sconfitto lo perseguita dal Papeete, agosto 2019, in poi. Un po’ come è successo a Renzi: strepitosa ascesa, rovinosa caduta. L’aver promosso in laboratorio il militaresco Vannacci è uno degli errori compiuti, che però coerentemente sta dentro la logica salviniana di aver scommesso sul radicalismo nazional-sovranista, cambiando la ragione sociale al movimento che fu di Bossi. Non che quella stagione ruspante fosse immune da intemperanze, ma alla fine - con Berlusconi dominus - aveva realizzato una certa compatibilità istituzionale, pur ruvida, sintetizzata nel «sindacato di territorio». Ora Salvini, che ha preso in mano il partito al 4% nel 2013, rischia - stando ai sondaggi - di arretrare alla casella di partenza. Vannacci ha amplificato la sofferenza strategica del salvinismo, senza esserne la causa: s’è aggiunto a una crisi complessiva, acutizzandola. E conferma un vecchio adagio: più ti estremizzi, più ne trovi uno che ti sorpassa. In questi anni il sovranismo nazionale di Giorgia Meloni ha fatto ciò che al salvinismo non è riuscito, prendendosi pezzi di elettorato ex lumbard, insediandosi al Nord e interloquendo con il partito del Pil. È vero che Giorgetti gode di buona reputazione, ma il ministro è percepito come persona a sé. Il salvinismo comincia ad essere visto come parte del problema e non della soluzione, proprio nel momento in cui il governo celebra il record di longevità. Un traguardo non scontato per un esecutivo piuttosto logorato dopo la sconfitta referendaria, ma in cui prevale l’ordine di scuderia imposto dalla premier. Tutto è riconducibile in modo verticale alla sua persona: la forza residua della destra sta nell’impatto dell’immagine di Meloni. I margini di manovra per gli alleati sono ben circoscritti e del resto la premier occupa tutti gli spazi a destra e al centrodestra. Un Salvini ridimensionato a destra, disciplinabile ma non troppo debole, potrebbe essere il partner ideale e in questo senso lo sbandamento leghista, a pochi mesi dalle elezioni, rappresenta un incidente da evitare. Tanto più che la diarchia fra Tajani e i Berlusconi introduce a sua volta una variante di non poco conto.
La linea di frattura interna passa da un ritorno alla mitologia nordista, oggi difficilmente replicabile e soprattutto fuori tempo, non all’ordine del giorno fra le preoccupazioni dell’opinione pubblica
Poi c’è da contenere l’urto di Vannacci. La premier deve valutarne l’utilità a breve e la presentabilità democratica della destra di governo. Vediamo cosa s’inventa la legge elettorale, perché il diavolo si nasconde nei dettagli e fin qui l’atteggiamento di una parte della maggioranza sembra quello del «vorrei ma non posso». In ogni caso, alla lunga, prendere a bordo l’ex generale è un costo da qualsiasi punto di vista. Il «che fare?» rimane il grande dilemma della Lega. Salvini non è uomo da autocritica. Richiamati all’ordine i suoi pretoriani, non intende per ora fare un passo a lato e, a quanto pare, condividere la leadership con altri. La diagnosi dei ribelli ha un retroterra motivato. L’efficacia degli strumenti, tuttavia, è da valutare: segreteria collegiale e due partiti gemelli (uno al Nord e l’altro nazionale), formula modellata sulla falsariga dei democristiani tedeschi (Cdu-Csu). La linea di frattura interna passa da un ritorno alla mitologia nordista, oggi difficilmente replicabile e soprattutto fuori tempo, non all’ordine del giorno fra le preoccupazioni dell’opinione pubblica. Banalmente, l’usato sicuro della piccola patria. Una questione degli anni ‘90 quando il tema era la «libertà dai lacci e lacciuoli di Roma», oggi in un mondo cambiato parliamo d’altro e dove l’unità di misura non scende sotto i singoli Stati, chiamati invece a relazionarsi con i grandi sistemi sovranazionali. Un «cul de sac» per la Lega e per le sue due anime. In gioco c’è l’ultimo fortino: quello della sopravvivenza.
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