Mille giorni di massacri che sfociano in massacri

MONDO. Mille giorni dopo il 7 ottobre del 2023, quando i terroristi di Hamas fecero irruzione fuori dalla Striscia di Gaza per uccidere a sangue freddo 1.200 civili (soprattutto) e militari e sequestrare 251 persone, 168 delle quali tornate poi vive a casa.

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Ma anche due ore (o tre o dieci, non c’è differenza) da quando a Gaza è morto un altro palestinese, sotto una bomba, per una pallottola o di stenti e malattia. La lezione più terribile di questo dramma mediorientale è che non c’è anniversario, perché un anniversario implica anche una fine e un nuovo inizio. La stagione di violenza che si è aperta mille giorni fa non è stata un’altra guerra o un’altra intifada, ma la dichiarazione al mondo che la via delle armi non solo è considerata irrinunciabile ma, di fatto, è diventata l’unica praticata, almeno in certi contesti.

E infatti che cosa abbiamo visto da allora? Massacri che sfociano in altri massacri: da Gaza alla Siria alla Cisgiordania al Libano all’Iran, senza alcun risultato politico degno di questo nome e con il conteggio delle vittime a scandire inesorabile i giorni. Quello che è toccato al popolo palestinese dopo quel 7 ottobre lo sappiamo bene.

Un progetto di genocidio, frenato dalla diversa convenienza degli Stati Uniti di Donald Trump che hanno imposto una specie di «cessate il fuoco» ma che sventato ancora non è, a giudicare dai bombardamenti e dai palestinesi morti dopo la teorica fine degli scontri. La Commissione d’inchiesta dell’Onu ha certificato che le truppe di Israele hanno sparato deliberatamente anche sui bambini, con un bilancio finale di 20mila minori uccisi e 44mila feriti. E solo i più fanatici seguaci di Benjamin Netanyahu possono pensare che Israele abbia risolto qualcosa.

Di fatto, per vendicare il 7 ottobre il Governo israeliano si è messo al collo il cappio di una guerra permanente e contro tutti. Otto Paesi bombardati in questi mille giorni, con i ministri più oltranzisti che ora parlano di un possibile scontro con la Turchia, titolare del secondo più potente esercito Nato dopo quello Usa. È questo ciò che il «focolare ebraico» di cui si parlava a inizio Novecento voleva diventare?

«2.300.000 persone vivono senza niente, abbandonate alla loro sorte. Sotto le tende, senza acqua, senza elettricità, con una infestazione di topi, ed epidemie di malattie della pelle e dell’apparato gastrointestinale… A mille giorni dall’inizio della guerra, nessuno parla di come finirà e se ci sarà davvero un segno di speranza per tutta questa popolazione»

La popolazione di Gaza, oggi, è nella morsa di due diversi poteri. Da un lato quello di Hamas che, pur decimato, riesce ancora a imporsi sui civili stremati. Dall’altro quello di Israele, che ora controlla circa il 70% della Striscia e approfitta della sostanziale inesistenza del Board of Peace trumpiano per continuare a colpire.
Una situazione uguale a quella in cui si trovano i libanesi, prigionieri della guerra tra Hezbollah e Israele, l’uno e l’altro indifferenti alle sofferenze dei civili innocenti. Tutti, in realtà, ci giriamo dall’altra parte. Non sappiamo che fare.

Le cose che forse servirebbero (almeno per attenuare quel doppio standard di cui ha parlato Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede: «Se un Paese è nemico, viene condannato come antidemocratico e sanzionato in vari modi; ma se è un alleato, il fatto che manchi di libertà di espressione, diritti umani o democrazia viene ignorato») non abbiamo la forza di farle.

Quindi ci sforziamo di non vedere e non ascoltare. Padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia a Gaza, ha parlato chiaro: «2.300.000 persone vivono senza niente, abbandonate alla loro sorte. Sotto le tende, senza acqua, senza elettricità, con una infestazione di topi, ed epidemie di malattie della pelle e dell’apparato gastrointestinale… A mille giorni dall’inizio della guerra, nessuno parla di come finirà e se ci sarà davvero un segno di speranza per tutta questa popolazione». Ma intorno a lui tutto tace.

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