(Foto di EPA/FILIP SINGER)
MONDO. Un punto critico è quello di non sminuire la portata inquietante dell’affermazione dell’estrema destra (Afd) in Sassonia, partito pro Putin senza se e senza ma e con venature neonaziste, prendendola come un casuale incidente di percorso dello Stato di diritto.
Lettura 3 min.Parliamo di una piccola Regione tedesca dell’Est, ma è pur sempre Germania con tutto quel che significa. E allo stesso tempo quel 44% di consensi all’Afd – quota da partito di massa, non solo di protesta – travalica la dimensione nazionale e i destini stessi dell’impopolare cancelliere democristiano (Cdu) Merz, per diventare una questione europea, oltre le caratteristiche del malessere autoctono: il Muro di Berlino mai realmente crollato nella mente di tanti cittadini della Germania ex comunista, il risentimento di chi si sente non visto e rappresentato, non riconosciuto nella sua solitudine. La rottura di tabù storici tedeschi allinea questa potenza (massa industriale pur in arretramento, capacità finanziaria e centralità geografica, ora in via di riarmo senza precedenti) a un trend europeo destinato a durare. Si pensava fosse giunto a compimento nel 2016 con la Brexit e la prima elezione di Trump, ma non è così.
Non devono ingannare gli adattamenti pragmatici e il camaleontismo dell’estrema destra, cresciuta con la manipolazione di parole divenute tossiche (popolo, identità, sovranità, etnia) diffuse dalla predicazione di cattivi maestri e dalle solerti omissioni dei perbenisti. Il rischio è la banalizzazione, l’idea che alla fine tutto si aggiusti in nome del realismo. Nel giorno del trauma sassone, è toccato a una personalità non certo bolscevica, Mario Monti, cogliere l’essenza insidiosa di un estremismo che si offre nella versione light dopo aver avvelenato i pozzi. Là dove invece – ha denunciato l’ex premier al Forum di Cernobbio rivolto a Vannacci – è già in atto un aspetto del fascismo, ossia la ricostruzione della narrativa, della retorica, dello «spirito del fascismo».
La verità drogata quale nuova rappresentazione della realtà vale per questo pezzo d’Italia, vale a maggior ragione per quella parte di Germania. «Deportazione & segregazione», ha titolato il «Times» di Londra, riferendosi alle prospettive dei richiedenti asilo in Sassonia e all’educazione prussiana per bambini tedeschi separati da quelli dei rifugiati e anche dai disabili. «Meno Hitler, più Bismarck», quindi meno storia nazista per annacquarla nel «dentro tutti» dei secoli passati.
Vista dopo il voto di domenica, la Germania è un paradigma europeo, stretta fra le paure per l’economia, la sicurezza e l’immigrazione, l’incertezza sul futuro. Il cambiamento più profondo a livello continentale coinvolge il rapporto fra sicurezza, consenso e democrazia. Come ha ricordato il diplomatico Ettore Sequi sulla «Stampa», per decenni le democrazie europee hanno costruito aggregazione sulla base di crescita e mobilità sociale. Oggi, nell’accumularsi di choc inediti da governare, promettono gestione delle crisi e sicurezza: «Per questo l’Afd non è soltanto più a destra della Cdu: rappresenta una diversa idea di società, di Stato, sovranità e rapporto con l’Europa. Il suo successo nasce con la crisi del centro, non dalla sola forza della destra».
Ecco il focus: il collasso dei due partiti storici, democristiani e socialdemocratici, le formazioni della ricostruzione postbellica e oggi percepite non più contemporanee, ma semplici esecutori testamentari dell’esistente. L’assenza di un baricentro riassuntivo di una società plurale. C’è qualcosa da aggiungere: l’illusione che spostarsi a destra avrebbe arginato i nazionalisti, cancellando dalla memoria recente la stagione consensuale di Angela Merkel, segnata dalla decisione di accogliere nel 2015 un milione di profughi siriani e così aprendo un’autostrada alla destra.
Il conservatore Merz aveva promesso di dimezzare l’Afd, che invece continua a volare, nell’Est e nell’Ovest della Germania. Il rimpallo sull’Unione europea è già in crescendo e si rischia di vederlo meglio il prossimo anno con le elezioni in Francia, Spagna, Polonia, oltre che in Italia. Ossia: il pendolo pende a destra (stretta sui migranti e freno alla transizione ambientale) ad opera del Consiglio europeo (i leader dei singoli Stati) a maggioranza nazional-conservatrice con il supporto della Commissione di Ursula von der Leyen a dispetto della coalizione centrista (popolari, socialisti, liberali) che la sostiene. Finora, e anche dopo la sconfitta di Orban, la destra sovranista, entrata nelle istituzioni comunitarie, ha continuato a coltivare un rapporto parassitario con l’Ue, utilizzando i limiti di quest’ultima per mobilitare le insoddisfazioni sociali a suo vantaggio e frenare l’integrazione politica. In nome dello Stato-nazione. Non è un paradosso che in questa Europa 2026 la stessa Giorgia Meloni possa trovarsi (a sorpresa) più a suo agio rispetto ai tradizionali europeisti.
Dinanzi a quella che potrebbe essere l’insostenibilità politica e dei rapporti di forza del «cordone sanitario» verso l’estrema destra, in quanto non coalizzabile da parte dei suoi avversari, tocca al Partito popolare, la famiglia di Merz e von der Leyen, il principale raggruppamento europeo, indicare le linee non valicabili e ritrovare un equilibrio ragionevole fra consenso, sicurezza e democrazia. Sapendo che è in gioco la democrazia, la convivenza civile, cioè il lato debole della triangolazione.
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