Per la Lega si avvicina il momento fatale

ITALIA. L’appuntamento, come al solito, è sul pratone di Pontida il 20 settembre. Ricorrenza rituale per la Lega, decisiva per farsi un po’ i conti in casa.

Lettura 2 min.

Questa volta però i conti sono tutti in rosso: sembra passato un secolo da quando «il Capitano» Salvini aveva portato il Carroccio addirittura al 34%, era il lontanissimo 2019, anno delle elezioni europee. Adesso la speranza è addirittura di superare il 5% e di fermare a quel livello di sopravvivenza il cannibalismo di Roberto Vannacci il cui partito cresce di un punto alla settimana rubando voti a tutti nel centrodestra. Ma soprattutto alla Lega. E proprio a Salvini viene rinfacciata quella che a suo tempo era sembrata una furbata: portarsi dentro un generale sconosciuto che aveva venduto 600mila copie del suo libro sul «mondo al contrario» e giovarsi dei suoi voti.

Peccato che il generale si è mostrato più furbo e spregiudicato del Capitano: una volta eletto al Parlamento europeo ha girato i tacchi e si è messo in proprio con un partito «di vera destra» che fa concorrenza persino a Fratelli d’Italia. Tutta questa disavventura i leghisti la mettono in carico proprio a Salvini come è successo qualche giorno fa al direttivo lombardo, quello che rappresenta tra Bergamo e Brescia il 70% degli iscritti della regione cuore del movimento che fu di Bossi e di Maroni. Una discussione in cui la parola «dimissioni» è risuonata più e più volte da parte degli influenti dirigenti locali. Salvini ha preso appunti, ha dato poche risposte e ha dato appuntamento, come dicevamo, a Pontida: lì intende presentare una nuova squadra composta dai notabili Giancarlo Giorgetti e Roberto Calderoli e dai generali territoriali come Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga, Maurizio Fugatti e Luca Zaia.

La storia della Lega

Di tutti costoro, man mano che la Lega scendeva giù dal picco del 34%, si è scritto che stavano per giubilare il capo e con lui la strategia, rivelatasi fallimentare, della «Lega Nazionale» spostata a destra, ben diversa dalla Lega del Nord di Bossi che rivendicava le ragioni della parte più produttiva del Paese fino a sfiorare la «secessione» (ricordate il Parlamento padano di Mantova?) ma si dichiarava sempre antifascista. Viceversa la Lega di Salvini, pur tra i molti brontolii dei capi del Nord, ha simpatizzato con Casa Pound, con Forza Nuova in Italia e con i partiti dell’estrema destra in Europa sposandone le tesi più estreme. Ebbene in questi ultimi anni più la Lega perdeva voti e si scriveva di presunti sommovimenti dei vari Zaia e Giorgetti, più le attese andavano ogni volta deluse. È pur vero che dal 2022 la Lega è al governo con Fratelli d’Italia e con Forza Italia ed è difficile smontare una leadership mentre si è al potere, ma ogni volta ha tanto tuonato che poi non si è vista neanche una goccia d’acqua. Anche Zaia, che tutti da sempre considerano il leader alternativo, si è mosso con la prudenza di un gatto.

Il momento fatale

Adesso però sembra si stia avvicinando il momento fatale. E si capisce perché: intorno a quel 5% di voti la Lega si gioca la propria sopravvivenza come partito e come gruppi parlamentari. O adesso o mai più si è sentito dire al comitato lombardo. Vedremo se questa volta il carattere «leninista» della vecchia Lega consentirà il regicidio. Ma se avverrà, subito dopo i leghisti dovranno affrontare un bel dilemma: come mettere insieme la primigenia rivendicazione nordista con la pulsione di destra filo russa cresciuta in questi anni all’ombra di Salvini. Comporre le due anime non sarà facile.

© RIPRODUZIONE RISERVATA