Preferenze tra tattiche e incoerenze reciproche

ITALIA. Le preferenze, gioia e dolore di tutte le leggi elettorali. Su questo argomento, altamente divisivo, ieri al Senato per poco non è riuscita una manovra dell’opposizione per spaccare la maggioranza che si è salvata in corner con un compromesso tra i partiti alleati.

Lettura 2 min.

Per capire bene cosa è successo bisogna andare un po’ indietro, premesso che il ritorno delle preferenze è da sempre un pallino di Giorgia Meloni («Gli Italiani devono poter scegliere chi mandare al Parlamento») e un tabù per Lega e Forza Italia. Le preferenze erano previste nel testo presentato alla Camera del Melonellum. Ma il lettore ricorderà che le opposizioni e diversi franchi tiratori del centrodestra nel segreto dell’urna infiocinarono l’articolo che le reintroduceva. Si parlò di sconfitta di Meloni, e in effetti non fu una buona prova di tenuta della disciplina di coalizione da parte della premier.

Si andò avanti e si sperò nel Senato. A Palazzo Madama le opposizioni (che alla Camera avevano esultato alla bocciatura delle preferenze) hanno presentato un subemendamento che introduceva le preferenze per tutti, anche per i capilista sapendo benissimo che mai Lega e Forza Italia avrebbero votato a favore, mentre la cosa avrebbe imbarazzato non poco proprio la coerenza di Giorgia Meloni (aveva detto ai tempi in cui stava all’opposizione: «A me qualunque legge elettorale va bene purché ci siano le preferenze»). Insomma, era una buona tattica d’aula per provocare una nuova spaccatura del centrodestra dopo il tonfo della Camera.

La trappola evitata

La maggioranza però è riuscita a evitare la trappola: ha votato compattamente contro il testo dell’opposizione e ne ha approvato uno proprio che, con un compromesso, dice così: l’elettore può esprimere tre preferenze su una lista di sei candidati alternati tra maschi e femmine, con l’eccezione del capolista che rimane «bloccato», e potremmo tradurre: «blindato». «Preferenze meticce» ha commentato con sarcasmo Vannacci.

Con questo compromesso tra FdI, FI e Lega il centrodestra si è salvato, Meloni ha potuto rivendicare la propria coerenza contro la sinistra (in effetti contraria alle preferenze sin dai tempi di Mario Segni, quando erano il simbolo del clientelismo della prima Repubblica) alla quale, constatato il fallimento della manovra, non è rimasto che gridare: «Vergogna! Vergogna!».

Vita d’aula che però, per quanto possa sembrare astratta, ha molta importanza per il meccanismo democratico di espressione del voto: finora con la legge vigente, il Rosatellum, gli elettori non hanno potuto esprimere alcuna preferenza… Magari con questa reintroduzione potrebbe calare l’astensionismo, motivando di più gli elettori ad andare a votare.

Il voto in primavera

Salta però la previsione di quote obbligatorie tra uomini e donne dei capilista (protestano le parlamentari) e viene di fatto sbarrata la strada alla presentazione di liste di nuovi partiti: le firme per presentarle salgono da 1.500 a 9.000, quota molto alta di questi tempi. La norma però non colpisce Vannacci che può contare su una mini rappresentanza di Futuro Nazionale nel gruppo misto della Camera grazie alla quale non ha l’obbligo di raccogliere le firme dei presentatori.

Ora con queste modifiche il testo approvato dal Senato tornerà alla Camera per l’approvazione finale: il clima è di grandissima tensione perché le elezioni si avvicinano a grandi passi. Secondo i rumors più accreditati si dovrebbe andare a votare nella prossima primavera (con diversi mesi di anticipo rispetto alla scadenza naturale della legislatura, ottobre 2027) e potrebbe essere un «election day» tra le politiche e i rinnovi di parecchi sindaci importanti, tra i quali quello di Roma Capitale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA