Ragazzi oltre i telefonini ci chiedono di essere visti

MONDO. Che gli adolescenti siano sempre con il cellulare in mano, non è certo una notizia.

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È quello che mediamente tutta una teoria di educatori e pedagogisti rimprovera loro, dimenticando che anche gli adulti si dedicano volentieri alla tastiera digitale. Ben vengano, dunque, le misure preventive degli inglesi di vietare ai minori di sedici anni la navigazione social (nuoce gravemente alla salute, si sarebbe detto): andrebbe bene, però, anche a qualche boomer adultescente. Vorrà pur dire qualcosa se mediamente un ragazzo delle medie in età di Cresima come regalo attende con ansia che piova dal cielo il nuovo tecno-idolo. Oggi, chi se ne intende, documenta che l’età di quella domanda si è abbassata ad altri sacramenti. Ma questo è un discorso che ci porterebbe molto lontano (prima o poi andrà affrontato).

In «Ognuno potrebbe» Michele Serra inquadra le nostre generazioni nello spettro della «sindrome dello Sguardo Basso». Siamo diventati – sempre secondo il noto giornalista – un po’ tutti «digitambuli», camminiamo per strada ripiegati sui display sempre accesi e sempre connessi, e per di più, giusto per rincarare la dose, siamo diventati anche molto «egòfoni». Quel genio di Steve Jobs aveva capito tutto: i nuovi seducenti device elettronici dovevano rispondere alla naturale propensione dell’Io di mettersi sempre al primo posto: l’«i» dell’iPhone sta appunto per Io. E non occorre certo spendere molte parole per documentare la devozione sociale ai «selfie» che tanto ci piacciono. Altra parola inglese che rivela il lato egoico nascosto in ognuno di noi. Nuovi miti e nuovi riti crescono. E noi con loro. Tra gli apocalittici che vedono nella tecnologia la causa di ogni male possibile con tutte le derive educative del caso, e gli integrati che si arrendono all’evidenza di una postura sociale che non puoi più correggere (e di cui non puoi più fare a meno), conviene sempre scegliere la fatica di comprendere il cambiamento di paradigma antropologico e socio-culturale che sta avvenendo all’umano delle nostre società.

Quale idea di umano vogliamo costruire?

Per altro è proprio questo il tema della Magnifica Humanitas di Papa Leone. Nessuna filippica anti-tecnologica ma nemmeno alcun plauso acritico e senza distinguo (soprattutto quando a farne le spese delle meraviglie tecno-scientifiche sono i più poveri e la giustizia sociale). Il vero lavoro, tanto per cambiare, è quello di un attento discernimento. Quel «cambiamento di epoca» – di francescana memoria – oggi il Pontefice lo individua con precisione chirurgica: si tratta di capire quale idea di umano vogliamo «costruire» se non vogliamo lasciare l’ultima parola alla tecnica. Ma, soprattutto, si tratta di capire se la tecnica possa essere effettivamente umanizzata (e non banalmente addomesticata). Fa parte di una sana prevenzione anche la fatica del pensiero: comprendere le ragioni dell’umano per non rimanere solo con le ragioni della nuova Ragione (Religione) illuministica (o post-umanistica).

Rimango un inguaribile (e ingenuo) ottimista che viene rincuorato alla vista di un campo di pallavolo oratoriano dove campeggia un claim che ti saresti aspettato da tutti tranne che da un gruppetto di ado. I quali, invece, hanno voluto mandare un segnale netto al mondo dei grandi: «Not Just Phone» non è solo uno slogan ad effetto per dire, appunto, «non solo cellulare». E non è nemmeno l’intervento educativo richiesto da genitori, francamente oggi poco credibili. Se potessi mettermi nei panni di un ado (impossibile) ma soprattutto se mi mettessi seriamente in ascolto (questo è ciò che ogni tanto si dovrebbe fare) probabilmente mi sentirei rivolgere qualcosa del genere: sì, saremo pure generazioni di ragazzi in ostaggio dei nostri cellulari ma siamo anche molto di più. Non riduceteci, per favore, ai sofisticati miracoli della tecnica che ormai fanno parte della nostra vita, sono la nostra vita. Siamo, però, molto altro. Spaccio vicino all’oratorio, droga sequestrata a Romano di Lombardia

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