(Foto di Ansa)
MONDO. La rassegnazione al presente è pericolosa perché lascia il campo aperto ai poteri che ci hanno portato in questo abisso.
Lettura 2 min.Viviamo un cambiamento d’epoca che ha riportato la storia nel buio. Il vecchio ordine mondiale bipolare della Guerra fredda è saltato, lasciando spazio all’egemonia statunitense mentre ora navighiamo verso un sistema multipolare che ha per cardini gli Usa, la Cina e la Russia con le sue ambizioni revansciste imperiali dichiarate ma senza avere la stazza economica globale degli altri due competitori. Nei giorni scorsi il Cremlino ha annunciato un possibile vertice trilaterale a novembre fra Putin, Trump e Xi in occasione del prossimo vertice dell’Asia-Pacific economic cooperation. In questo sistema si inseriscono le ambizioni di potenze regionali come Israele, Iran, India, Brasile, Turchia e Pakistan. Il multipolarismo non va confuso con il multilateralismo, ambizione assente nel dibattito pubblico rassegnato ai rapporti di forza. Il sistema delle Nazioni Unite è (o dovrebbe essere) il principale forum multilaterale in cui gli Stati si riuniscono per risolvere i problemi che hanno una dimensione anche globale.
Le epoche precedenti non sono state certamente pacifiche ma quella attuale è segnata da grandi, violentissime guerre nel Vicino Oriente, in Ucraina e in Sudan (sono complessivamente 56 i conflitti in corso nel mondo, di diversa estensione e intensità coinvolgendo oltre 92 Paesi), dalla devastante crisi climatica e dall’irrisolta precarietà economica che coinvolge sempre più persone con inique, scandalose distribuzioni della ricchezza.
Una «tempesta perfetta» che induce pessimismo sul futuro del mondo e paure fino a ritirarsi nel privato come dimensione protettiva. Le classi politiche (con rare eccezioni) peccano nell’analisi di questa congiuntura e quindi nelle possibili soluzioni. Manca la capacità di uno sguardo lungo e alternativo a quello dei rapporti di forza, di indicare una rotta, le strade per uscire da questo abisso. Ovviamente sarebbe arrogante pensare di possedere soluzioni certe ma colpisce come nelle campagne elettorali (non solo in Italia e non solo in Europa) le proposte riguardino spesso la contingenza e non cambiamenti radicali e visionari.
I detentori dei rapporti di forza invece hanno obiettivi chiari, di dominio e di spartizioni del mondo in zone di influenza. Nel gennaio scorso ebbe risalto il discorso pronunciato dal primo ministro canadese al «World economic forum» di Davos: «La nostra opinione è che le potenze medie debbano agire insieme perché, se non siamo al tavolo delle trattative, finiremo nel menu» delle grandi potenze, disse tra l’altro Mark Carney dopo aver criticato le politiche occidentali pregresse. Parole rimaste senza seguito anche da parte di quei capi di governo che le apprezzarono.
Rassegnazione anche su altri passaggi importanti che riguardano il destino dell’umanità. Ad esempio è iniziato il processo di selezione che porterà a scegliere il nuovo Segretario generale delle Nazioni Unite: entrerà in carica il 1° gennaio 2027 al posto del portoghese António Guterres e dovrebbe avere il compito di rilanciare ruolo e peso dell’organizzazione che necessita di riforme per renderla incisiva e rappresentativa di una realtà che non è più quella uscita dalla Seconda guerra mondiale, nella quale nacque proprio l’Onu sulle ceneri della Società delle Nazioni. Irridere l’irrilevanza del Palazzo di Vetro non è una via d’uscita: l’irrilevanza non è un destino ma l’effetto di una decisione degli Stati che la compongono, anche di quelli i cui governi dicono con ipocrisia di richiamarsi al diritto internazionale, ma poi lo violano nelle azioni.
La rassegnazione al presente è pericolosa perché lascia il campo aperto ai poteri che ci hanno portato in questo abisso. Va vinta sostenendo chi si oppone alla deriva, nella politica come nella cosiddetta «società civile» attraverso esperienze virtuose che difendono spazi di umanità e di giustizia. Non c’è una strada alternativa.
© RIPRODUZIONE RISERVATA