Rischio nuova escalation. I messaggi Usa a Mosca e le élite russe stanche

MONDO. I nodi sono arrivati al pettine, purtroppo, e nelle «sale dei bottoni» mondiali i polsi tremano più del solito.

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Da 4 anni e mezzo, con colleghi esperti della stampa estera a Mosca, condividiamo la preoccupazione per i tentativi fin qui andati a vuoto della diplomazia di fermare la tragedia russo-ucraina. Siamo inoltre coscienti - senza essere catastrofisti, ma con cognizione di causa - che dietro all’attuale precipizio vi sia qualcosa di apocalittico. Ecco perché - sapendo quale influenza sugli eventi abbiano i mass media con i loro titoloni e le sparate delle narrative sul web - siamo turbati nell’osservare l’eccessiva enfasi nel raccontare quanto avviene. Abbassare i toni, tentare di sminuire la portata della crisi già di per sé gravissima, spogliare delle emozioni del momento quanto accade sono le uniche maniere per evitare possibili drammatici errori proprio ora che siamo vicini ad un’ulteriore escalation.

La situazione in Russia

In queste ore febbrili blogger russi sconsiderati discutono dell’uso dell’«atomica tattica» in un teatro limitato. La ragione è che in Russia si sta iniziando a pagare un prezzo serio quotidiano al conflitto, finora relegato alla televisione. L’apprendere del licenziamento di Dmitrij Kisiliov dalla Tv di Stato è, al contrario, un segnale da vagliare più in là. Colui che è considerato uno dei «leader della propaganda» del Cremlino ha affermato nel 2014 che «la Russia è l’unico Paese al mondo, il quale può realmente ridurre gli Stati Uniti a polvere radioattiva».

Questa lunga premessa è utile per comprendere lo scenario in cui oggi i nodi sono arrivati al pettine, purtroppo, e nelle «sale dei bottoni» mondiali i polsi tremano più del solito. La visita del direttore della Cia a Mosca è il segnale dell’aggravamento della situazione. Essa ricopia l’uso, già fatto da Netanhayu, nei suoi colloqui con Putin, dei Servizi segreti. In tali occasioni, per anni, il premier israeliano ha parlato col capo del Cremlino e il direttore dell’intelligence di Mosca dei «proxy» di Teheran in Medio Oriente. Dopo tutto l’Iran ha un accordo strategico in campo militare con la Russia. Gerusalemme voleva così accertarsi che il Cremlino non desse assistenza ad Hamas, Hizbullah, Houthi, eccetera. Quindi, nulla di strano nel formato. Quando ci sono questioni di difesa sul tavolo, i Servizi sono sempre della partita. Stando a voci autorevoli, John Ratcliffe ha visto Putin (che ha rivoluzionato la sua agenda all’ultimo momento) e i capi dei Servizi federali. Di cosa si sia parlato è facile intuirlo.

Iran e sabotaggi in Europa

Il primo argomento è stato l’Iran e lo stretto di Hormuz, dove Trump si è impantanato. Mosca sta inviando aiuti militari a Teheran attraverso il mar Caspio? In primavera gli israeliani hanno provveduto a fermarli; un mese fa ci hanno pensato gli ucraini e gli iraniani hanno promesso vendetta. Ma dallo spazio gli statunitensi con i loro satelliti ci vedono benissimo.

Il secondo argomento ha riguardato i continui sabotaggi in Europa e le tesi insistenti di una prossima «provocazione» del Cremlino in un Paese della Nato. Da tempo, in alcuni ambienti a Mosca si ritiene che il famoso articolo 5 dell’Alleanza atlantica di difesa collettiva sia roba del passato. Darsi una calmata, perché qui si rischia di far saltare la santabarbara, è stato uno dei messaggi recapitati. L’obiettivo Usa è, comunque, di portare al più presto Putin ad un tavolo negoziale. Il presidente, però, non intende trattare: qualsiasi concessione fatta a Kiev avvicinerebbe la sua fine politica. Putin ormai è sopportato dalle élite, che è stufa della sua «Operazione speciale militare».

Un ultimo aspetto: di qualsiasi cosa si può discutere, ma, ora più che mai, toni professionali e bassi.

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