(Foto di Ansa)
MONDO. Per l’immaginabile soddisfazione di Benjamin Netanyahu in Israele e dei neocon negli Usa, la guerra tra Stati Uniti e Iran sembra destinata a ricominciare.
Lettura 2 min.La palla della responsabilità rimbalza senza fine, e senza risultato, da un lato all’altro della barricata. La successione dei fatti è questa: l’Iran ha colpito diverse navi gasiere e petroliere che cercavano di percorrere lo Stretto di Hormuz; gli Usa hanno reagito bloccando l’export del greggio iraniano e bombardando diverse installazioni sulla costa dell’Iran; gli iraniani hanno risposto attaccando, come già in precedenza, le basi Usa nei Paesi vicini; la Casa Bianca ha annunciato nuovi raid.
L’Iran non si fida degli Usa (dopo tutto, è stato attaccato due volte mentre stava negoziando) e gli Usa, oltre a non fidarsi, hanno mal digerito la mancata vittoria nella Terza guerra del Golfo
Di chi è la colpa? Chi ha scagliato la prima pietra? A noi pare che il problema stia in una evidente contraddizione: l’Iran non si fida degli Usa (dopo tutto, è stato attaccato due volte mentre stava negoziando) e gli Usa, oltre a non fidarsi, hanno mal digerito la mancata vittoria nella Terza guerra del Golfo. Ma a dispetto di questo, Washington e Teheran hanno firmato un Memorandum di intesa che, più che una base per un vero trattato di pace, sembra un libro dei sogni. Al punto 4 esso dice che «gli Stati Uniti revocheranno il blocco navale ed elimineranno qualsiasi interferenza o ostruzione contro la Repubblica islamica dell’Iran», ritirando tutti i propri mezzi militari entro 30 giorni. E al punto 5 che «la Repubblica Islamica dell’Iran adotterà immediate misure per garantire che il movimento delle navi mercantili dal Golfo Persico al Mar d’Oman e viceversa riprenda entro 30 giorni al volume prebellico». Trenta giorni qua, trenta giorni là. Nel frattempo, l’Iran si sente titolato a far pagare il pizzo per il transito nello Stretto perché le navi Usa sono ancora là; e le navi Usa restano in quelle acque perché l’Iran pretende di controllare lo Stretto. Risultato: riecco le bombe.
Difficile immaginare una via d’uscita anche perché, come al solito, le tensioni internazionali sono rese ancor più complicate dalle esigenze della politica interna.
Difficile immaginare una via d’uscita anche perché, come al solito, le tensioni internazionali sono rese ancor più complicate dalle esigenze della politica interna. Il regime iraniano, che eravamo soliti definire «degli ayatollah» e che oggi forse andrebbe ridefinito come «dei pasdaran», appena prima della guerra ha subito un’ondata di contestazione non nuova nelle motivazioni ma inedita nell’ampiezza e nell’asprezza. Cosicché le oggettivamente impressionanti immagini dei milioni di persone che hanno seguito il funerale-show dell’ayatollah Alì Khamenei, pur nell’assenza del successore Mojtaba Khamenei, sono state anche un messaggio alla fronda della borghesia urbana, che vorrebbe tutt’altro Paese.
Allo stesso modo, Trump e i suoi non possono permettersi ulteriori debolezze dopo aver accettato un cessate il fuoco che in giro per il mondo, anche se non sempre con la giusta misura, è stato considerato una sconfitta, se non un’umiliazione, per la superpotenza. Tra qualche mese Trump è atteso da un voto di metà mandato (si rinnovano tutti i seggi della Camera dei rappresentanti, un terzo di quelli del Senato e la maggior parte delle cariche esecutive dei singoli Stati federali) che potrebbe trasformarlo in una «anatra zoppa», cioè in un presidente costretto a governare per decreto. Il suo indice di gradimento è basso e le lobby filo-israeliane potrebbero punirlo per non aver seguito la linea intransigente nei confronti dell’Iran.
Ci vorrebbe un mediatore nuovo, ormai Pakistan e Qatar sembrano impari alla bisogna. Ci vorrebbe l’Europa. Ma Bruxelles è troppo intimidita dalle sparate trumpiane sui dazi, sulle basi, sul mancato aiuto contro l’Iran, sul 5% del Pil per la Difesa, sulla Groenlandia e su chissà che altro ancora, per scendere davvero in campo. Anche se gli effetti di una nuova guerra nel Golfo, come ha dimostrato quella «vecchia» di qualche mese fa, la colpirebbero in piena faccia.
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