Pusher con kalashnikov e mitragliatrici: l’arsenale era nascosto nei boschetti
LE INDAGINI. Sparatoria alle piscine di Seriate, sequestrati tra Milano e Novara cinque Ak 47 e un fucile mitragliatore con treppiede. Restano in carcere i quattro, ma per due fermi non c’è convalida.
Lettura 2 min.Cinque kalashnikov Ak 47 e un fucile mitragliatore con treppiede . Era un arsenale da guerra quello in dotazione alla banda di nordafricani che gestiva un’ampia attività di spaccio di sostanze stupefacenti nel boschetti di Lombardia e Piemonte. I carabinieri della sezione operativa della Compagnia di Bergamo, coordinati dal procuratore aggiunto Maria Cristina Rota e dal pm Antonio Mele, lo hanno sequestrato nei giorni scorsi. Le armi erano avvolte in cellophane e sistemate in nascondigli ricavati tra la boscaglia di alcune aree verdi del Milanese e del Novarese.
Secondo gli inquirenti non sarebbero servite solo per agguati, come quello teso a un giovane marocchino fuori dalle piscine Aquamore di Seriate il 21 giugno scorso , ma anche per difendere il proprio territorio da altre bande in una guerra per il mercato dello spaccio contrassegnata da diversi tentati omicidi e da un uso disinvolto delle armi lunghe. Un dato, quest’ultimo, che ha generato parecchia preoccupazione tra gli investigatori. Perché il salto di qualità in tema di arsenali è evidente. E che gruppi di spacciatori, categoria finora non ritenuta al vertice della piramide della pericolosità criminale, ora siano soliti regolare i conti o circolino con mitragliatori e kalashnikov, non è certamente un buon segnale.
La rete dietro la sparatoria
Per questo motivo Procura e carabinieri negli ultimi due mesi hanno lavorato senza sosta per risalire agli autori della sparatoria di Seriate e successivamente alla rete che ci stava dietro. Gli investigatori sono così giunti prima al bersaglio della spedizione punitiva, il giovane marocchino uscito miracolosamente illeso dalle raffiche di proiettili e finito in cella perché destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare per un tentato omicidio commesso nel 2024 in provincia di Milano. Nella notte tra venerdì e sabato scorsi sono stati fermati a Vigevano il presunto capo della banda, E. B., marocchino di 29 anni, e A. Z., connazionale di 27. Sono accusati di tentato omicidio: in particolare, il primo di aver sparato con un kalashinikov, il secondo con una mitraglietta Scorpion. E. B., ritenuto ai vertici del gruppo, ha ammesso davanti al gip Riccardo Moreschi di aver premuto ripetutamente il grilletto ma solo per spaventare il rivale. L’altro, anche lui come il primo difeso dall’avvocato Amedeo Rizza, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Ieri nei loro confronti il giudice ha convalidato il fermo, disponendo che rimangano nel carcere di Bergamo dove sono detenuti (la difesa aveva chiesto i domiciliari). Restano da catturare gli altri due che avevano partecipato al raid e che erano rimasti in auto: uno non è stato ancora identificato, l’altro sì, ma non è al momento stato rintracciato.
I due fermi per armi da guerra
Lunedì scorso i carabinieri hanno fermato altri due giovani marocchini che non hanno nulla a che fare col tentato omicidio, ma che sono accusati di aver custodito le armi per conto della banda: A. T. di 24 anni e A. M. di 20. Tramite appostamenti e riprese filmate, i militari hanno documentato situazioni in cui si vedono i due maneggiare kalashnikov. Il 24enne ieri, durante l’interrogatorio di convalida, ha ammesso di aver avuto tra le mani le armi senza però spiegare il perché. Il complice si è avvalso della facoltà di non rispondere. ma, secondo chi indaga, sarebbe colui che ha condotto A. T. nel nuovo nascondiglio delle armi, in provincia di Novara. Già, perché dopo i fermi di Vigevano e un primo sequestro di fucili, la banda aveva deciso di trasferire l’arsenale. A cui però, seguendo A. T. e A. M., i militari della Compagnia di Bergamo sono giunti comunque, sequestrando altri cinque kalashnikov e un fucile mitragliatore con treppiede che permette di sparare da sdraiati. Un altro covo del gruppo, situato nel Milanese, è stato perquisito nelle ultime ore, ma nulla è stato trovato.
Ieri il gip Moreschi, su richiesta dell’avvocato Rizza, non ha convalidato i fermi per incompetenza territoriale: per A. T. ha trasmesso gli atti alla Procura di Milano, per A. M. a quella di Novara. Il giudice ha comunque disposto che restino in carcere (il primo è a Bergamo, il secondo a Brescia) per la gravità dei fatti contestati.
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