Sparatoria fuori dalle piscine di Seriate: armi da guerra, altri due in carcere

LE INDAGINI. Sparatoria fuori dalle piscine: fermati un ventenne e un ventiquattrenne. L’accusa: legami con la banda di spacciatori che il 21 giugno ha usato un kalashnikov e una pistola mitragliatrice. Ma non hanno preso parte al raid.

Lettura 2 min.

Seriate

Preoccupa la tipologia dell’arsenale, il kalashnikov Ak 47 e la pistola mitragliatrice Scorpion utilizzati con disinvoltura, anche se non con perizia dal momento che le raffiche esplose da distanza ravvicinata il 21 giugno scorso all’esterno delle piscine Aquamore di Seriate non erano riuscite a colpire il bersaglio. Oppure, come ha cercato di spiegare ieri al gip uno dei quattro protagonisti del raid, l’abilità è stata proprio quella di non centrare l’obiettivo, un po’ come succede ai lanciatori di coltelli del circo.

Il cerchio si stringe attorno ai responsabili

La novità è che attorno alla banda di spacciatori dal grilletto facile i carabinieri della sezione operativa della Compagnia di Bergamo stanno stringendo il cerchio. Lunedì sera altri due giovani di origine marocchina sono stati fermati nel Milanese. Si tratta di A. T., 24 anni, e di A. M., 20, finiti in cella dopo che i militari nella loro abitazione hanno trovato armi. Non sono direttamente coinvolti con il Far West scatenato a Seriate.

Leggi anche

Per intenderci, non sono i due che nella sparatoria hanno avuto ruoli minori (uno era la volante della Peugeot 3008 su cui è fuggito il gruppo di fuoco, l’altro è rimasto sull’auto) e che sono tuttora ricercati. Ma secondo il procuratore aggiunto Maria Cristina Rota e il pm Antonio Mele che coordinano le indagini, hanno legami con la gang che orbita tra il Milanese e il Pavese.

I due mercoledì saranno interrogati dal gip Riccardo Moreschi, chiamato a convalidare i fermi. Sono difesi dall’avvocato Amedeo Rizza del foro di Milano, lo stesso che assiste i due connazionali fermati venerdì a Vigevano e per i quali ieri si è svolto l’interrogatorio di convalida. A. Z., 27 anni, si è avvalso della facoltà di non rispondere. E. B., 29, che dagli investigatori è ritenuto il leader della banda, ha invece reso dichiarazioni spontanee, ammettendo di aver imbracciato il kalashnikov e di aver sparato soltanto per spaventare la vittima designata: un giovane marocchino che stava uscendo dalle piscine insieme alla fidanzata e che i rivali attendevano appostati dietro l’edicola di via Decò e Canetta, chiusa in quel tardo pomeriggio di domenica 21 giugno. Il nordafricano è scampato all’agguato, ma è poi stato arrestato una ventina di giorni più tardi dai carabinieri in Campania dove si trovava in vacanza. Sul suo capo pendeva un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per un tentato omicidio commesso nel 2024 in provincia di Milano.

Leggi anche

Le motivazioni del raid ancora da appurare

Sul motivo della spedizione punitiva E. B. non è entrato nel dettaglio. Si è capito però che è legata al controllo del traffico di droga e alle piazze di spaccio, non ultima quella nelle boscaglie in riva al Serio, come aveva ipotizzato da subito chi indaga. I quattro autori della sparatoria erano stati ripresi dalle telecamere di sorveglianza. Erano a volto travisato, ma sono stati riconosciuti da alcuni dettagli.

A incastrare E. B. sono, ad esempio, stati gli abiti che indossava. Ed è anche alla luce di questi riscontri pesanti su di lui, che il giovane ha ammesso di essere stato lui a sparare. Ma sostenendo che il raid era stato architettato per spaventare il connazionale e non per ucciderlo. Una chiave di lettura che farebbe cadere l’accusa di tentato omicidio. L’avvocato Rizza ieri ha chiesto al giudice un’attenuazione della misura per entrambi. In serata il gip Moreschi non aveva ancora sciolto la riserva.

© RIPRODUZIONE RISERVATA