Migranti, il caso Ceuta e la politica che non c’è

MONDO. Ceuta è una città spagnola sulla punta settentrionale dell’Africa e affacciata sullo Stretto di Gibilterra. Citata nella Divina Commedia di Dante al Cantico XXVI dell’Inferno, cruciale punto di passaggio di commerci e di popoli, venne ceduta a Madrid nel 1668 dal Portogallo.

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È tornata alla ribalta delle cronache perché in 24 ore è stata raggiunta anche a nuoto dal Marocco da 60mila migranti (7mila minori), 57 le persone annegate. La città ha così raddoppiato il suo numero di abitanti: un’emergenza umanitaria innanzitutto. La sorpresa è una reazione comprensibile, ma come spesso accade i fatti di cronaca non sbucano dal nulla avendo antecedenti. Nel 2005, nel 2014 e nel 2018 a Ceuta avvennero altri picchi di arrivi. Il precedente più consistente è però del maggio 2021, con 10mila migranti approdati in due giorni, al culmine di uno screzio diplomatico: Rabat si irritò perché Madrid aveva ospitato sotto falso nome in un ospedale il leader del Fronte Polisario, movimento che si batte per la liberazione del Sahara Occidentale, ex colonia spagnola ora controllata dal Marocco. Allora i migranti furono rimpatriati, come è successo per 48mila nelle scorse ore.

Gli scenari internazionali

Anche l’afflusso di questi giorni sarebbe stato favorito dal governo marocchino in reazione all’amichevole viaggio in Algeria - principale sponsor regionale del Fronte Polisario - compiuto di recente dal premier spagnolo Pedro Sánchez. Madrid però non conferma questa lettura. Per completare il quadro va considerato che Rabat è il migliore alleato degli Usa di Donald Trump nell’area, mentre la Spagna è considerata dalla Casa Bianca il peggior avversario nell’Ue, in particolare per le sue posizioni rispetto a Gaza, in netto contrasto con quelle di Washington. Il governo iberico ha attribuito la responsabilità diretta dell’ondata migratoria alle organizzazioni criminali che trafficano esseri umani. Secondo Sánchez, avrebbero sfruttato una «lettura interessata» di una recente sentenza della Corte Suprema di Madrid secondo la quale non sarebbe possibile procedere al rimpatrio di chi entra a nuoto nel territorio spagnolo.

Le migrazioni usate come «arma»

È drammatica l’evidenza delle migrazioni usate come «arma» per dispute geopolitiche e criminali. Da anni la Bielorussia invita cittadini mediorientali sul proprio territorio con la promessa di accompagnarli in quello dell’Unione europea: vengono invece abbandonati nei boschi ai confini con la Polonia e respinti dal governo di Varsavia. Questa pratica disumana è la ritorsione di Minsk alle sanzioni adottate dall’Ue dal 2020 in seguito ai brogli elettorali e alla repressione che hanno permesso ad Aleksandr Lukashenko di perpetuare il suo potere. Invece dopo che l’Italia ha esternalizzato le proprie frontiere migratorie in Libia e Tunisia, i due Stati hanno anche la leva per ricattare Roma minacciando di allentare i controlli repressivi delle partenze di emigranti verso il nostro Paese.

Lo sguardo corto

Si torna sempre al solito punto: non si può gestire un fenomeno tragico e globale come le migrazioni con lo sguardo corto, senza una reale cooperazione fra Stati che sappia coniugare umanità e rispetto di leggi che siano giuste. Peraltro il numero di chi si dirige in Europa non è di proporzioni tali da alimentare lo spettro propagandistico di un’invasione. Secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati sono 123,2 milioni (per il 40% minori) le persone al mondo in sradicamento forzato, ovvero costrette a lasciare i luoghi di origine. Il 67% si trova nei Paesi limitrofi alle crisi (in Asia e in Africa soprattutto), il 73% in Stati a basso reddito, quindi solo un quarto arriva nelle aree più ricche. In risposta alla nuova crisi di Ceuta, l’Italia ha chiuso lo spazio Schengen che garantisce la circolazione incondizionata anche delle persone dal Paese iberico, seppure l’accesso da Ceuta alle coste spagnole non sia libero. Una mossa propagandistica e demagogica per arrivi in aereo o in nave, per i quali sono già previsti i controlli di regolarità dei documenti personali.

Bisognerebbe invece alzare lo sguardo. Crisi climatica, guerre, dispute geopolitiche, criminalità organizzata e disparità di ricchezza fra Stati e all’interno degli stessi contraddistinguono in particolare questa era tragica. Come disse Papa Francesco, siamo in un cambio d’epoca e non in un’epoca di cambiamenti. Richiede multilateralismo e politiche radicalmente trasformative, non la semplice gestione dell’esistente, soprattutto se maldestra.

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