Il piacere di leggere / Bergamo Città
Lunedì 05 Gennaio 2026
Steiner e il dittatore nascosto: un’autoanalisi sul male
LA RISTAMPA. Pubblicato nel 1979 e tradotto in italiano nel 1982 da Rizzoli con il titolo «Il processo di San Cristobal» torna ora nelle librerie un testo nodale del grande critico George Steiner con il titolo ora variato semplicemente in «Il processo» (Garzanti).
«Il processo» edito da Garzanti è tradotto da Donatella Abbate Badin. Steiner è riconosciuto tra i più rilevanti critici letterari del Novecento, già docente a Princeton, Stanford, Oxford e a Ginevra, nato in Francia nel 1929 e figlio della diaspora ebraica che vide i suoi antenati costretti ad una perenne erranza, «Il processo» è il suo primo testo di natura narrativa.
Nel romanzo, Steiner immagina la possibilità che Adolf HItler - che segnò evidentemente in maniera dolorosa la sua infanzia - sia ancora vivo, nascosto in Brasile.
La sinossi del libro
Protagonisti un gruppo di cacciatori di nazisti che riescono a rintracciare il dittatore nazista e a portarlo sotto processo. E proprio il processo diviene il cuore di un testo sì letterario, ma profondamente filosofico capace d’intrecciarsi con le vite e i destini di milioni di persone tra cui lo stesso Steiner. Una sorta di vero e proprio esercizio di autoanalisi potente che vide il romanzo al centro di furiose polemiche che occuparono il cuore delle cronache letterarie - e non solo - dell’epoca.
L’aspetto più dibattuto fu proprio la difesa di Hitler, ovvero come George Steiner decide di offrire al dittatore una serie di «ragioni» e lo fa attraverso un’immedesimazione che diviene parte stessa di un testo potente, acuto e capace di sconvolgere lavorando sulle contraddizioni del pensiero e anche della storia.
«Il processo» è così ad oggi un testo fondamentale per comprendere cosa abbia significato quell’esplosione di violenza assurda e ingiustificata, ma al tempo stesso riporta quella violenza nel campo degli uomini e delle possibilità tragiche e terribili di un’umanità sempre a rischio di perdere coscienza e consapevolezza di sé. George Steiner si pone così come una sorta di romanziere mistico che interpreta il male e gli da forma: ne mostra la tragedia e insieme le sue patetiche minuzie, ma al tempo stesso avverte la possibilità di un contagio sempre possibile che può colpire le menti più ingenue come quelle più accorte. «Il processo» in poco più di 150 pagine regala la densità di una letteratura salda nel suo ruolo, fortemente novecentesca, ma capace con un’immaginazione ardita di offrire il corpo scabro della più grande tragedia del secolo scorso: un capolavoro dimenticato che non può lasciare indifferenti.
© RIPRODUZIONE RISERVATA