Calderoli nel nuovo governo: «Ora l’autonomia è a portata di mano»

Il ritratto. Il leghista Roberto Calderoli nominato per la terza volta. Da 30 anni consecutivi è parlamentare. «Ora al lavoro per quello che è sempre stato il nostro obiettivo politico, fin dai tempi di mio nonno Guido».

Semplicemente leghista e fedele alla causa. Nato politicamente con Umberto Bossi è sempre stato in prima fila nella (eterna, ormai...) transizione dalla secessione al partito nazionale e ritorno. Brusco, ovviamente. Roberto Calderoli ha modi spesso sopra le righe, soprattutto in passato, ma capacità organizzative e analitiche sopra la media.

Uno che ha (ri)scritto due volte il regolamento di quel Senato che avrebbe tanto voluto presiedere. «Il sogno della vita» si era lasciato sfuggire pochi giorni prima del voto. Peccato però che gli equilibri interni al centrodestra abbiano portato a scegliere Ignazio La Russa: il bello è che i più rammaricati sono quelli delle opposizioni, perché quando Calderoli presiede l’aula (per quattro legislature è stato vicepresidente a Palazzo Madama) c’è la garanzia che i lavori filino lisci come l’olio e senza sconti a nessuno. Anzi, il più delle volte sono i colleghi di centrodestra a lamentarsi semmai per una sua eccessiva imparzialità, e anche per questo lui si sarebbe visto gran bene nel ruolo di seconda carica dello Stato. Quello che magari agli albori della sua carriera politica avrebbe anche voluto incendiare in nome di un assetto autonomo e federale, parole che nel Calderoli-pensiero non passano comunque mai di moda.

Il Mab di metà anni ’50

Quando il 13 ottobre l’aula ha votato (con qualche patema...) La Russa alla presidenza, lui girava per gli austeri corridoi del Senato con il volto teso e amareggiato. Come un bambino al quale avevano negato un gioco tanto atteso, e poco importava che il suo nome fosse entrato praticamente da subito nel lato certo dei ministri e per giunta con le deleghe agli Affari regionali e Autonomia, in sostanza il suo pane quotidiano. Perché la verità è che lui voleva fare il presidente del Senato, ma alla fine si è dovuto piegare al bene (supremo) della coalizione.

L’autonomia è una cosa seria dalle parti dei Calderoli, «tribù odontoiatrica accampata nel bergamasco» come l’aveva definita Gian Antonio Stella in «Dio Po», sottotitolo «gli uomini che fecero la Padania», libro del 1996 che spiega come pochi l’epopea del Carroccio dei duri e puri. Il nonno Guido è stato il fondatore del Mab, Movimento autonomista bergamasco, con il quale è persino riuscito a farsi eleggere tra i banchi (ovviamente di minoranza) a Palazzo Frizzoni nel lontano 1956, in pratica la notte dei tempi.

Il nipote invece in Comune ci arriva nel 1990 (nel 1995 la Lega lo candida a sindaco) e ancora oggi la definisce un’esperienza più emozionante che l’elezione in Senato. Sono gli anni ruggenti della Lega, quelli delle picconate a un sistema ferito a morte. In un Palafrizzoni ancora a trazione democristiana il Carroccio sbarca con ben 11 consiglieri: in una delle prime sedute Calderoli presenta qualcosa come 1.500 emendamenti, tutti cassati. Due anni dopo è già a Roma alla Camera ma allo scranno in Comune non rinuncia: si sdoppia e tira matte entrambe le aule con un’attività frenetica e un certo qual gusto per la battuta. Anche greve, talvolta.

Scivoloni e macchina da guerra

Nel 1994 tutti i bergamaschi del suo collegio ricevono nella cassetta della posta la sua autobiografia dal titolo tanto pomposo quanto equivoco: «Mutate Mutanda». Ovvero «cambiate le cose che devono essere cambiate». Ed è da qui che Calderoli ora riparte: «Va bene, fare il presidente del Senato era il sogno della mia vita, ma l’obiettivo politico è sempre stato l’autonomia differenziata, fin dai tempi di mio nonno». E ora «è qui a portata di mano: politicamente è sempre stato quello che volevamo e che ci apprestiamo a ottenere. Lo vogliono le Regioni, Fontana, Zaia, la nostra gente, e io sto già preparando la struttura del ministero: ci arriviamo preparati, stiamo già facendo i compiti in casa» spiega al termine di una giornata che definisce «molto stancante».

Ministro «per la terza volta». La prima è stata nel 2004 con le deleghe alle Riforme istituzionali e devoluzione, la seconda nel 2008 con quella alla Semplificazione normativa, altro suo cavallo di battaglia. In entrambi i casi il Governo lo guidava Silvio Berlusconi, questa volta invece tocca a Giorgia Meloni che definisce «una con la quale si può lavorare, e bene».

L’ennesimo inizio per quello che è ormai il recordman vivente dei parlamentari bergamaschi con ben 30 anni consecutivi a Roma, gli ultimi 21 al Senato con qualche scivolone di non poco conto. Dalla questione Kyenge, al «Porcellum» alla maglietta con Maometto che diede il via a una sommossa popolare a Bengasi, passando per diverse dichiarazioni sopra le righe su minoranze etniche, religiose (leggi islam) e non.

Qualcuno dice che siano tra i motivi della sua mancata ascesa al Senato, ma per i leghisti è semplicemente quel Calderoli di lotta e di governo che a Pontida arriva sempre in camicia verde e bermuda di jeans, che nei palazzi romani e nella vita è un bulldozer capace anche di convivere da anni con la malattia senza colpo ferire. Una macchina da guerra: per informazioni chiedere a quei parlamentari che l’hanno cercato chiedendogli una mano per il calcolo dei seggi da destra e manca. Soprattutto manca.

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