«La via delle stelle» da trent’anni offre un palcoscenico a tanti piccoli talenti

LA STORIA. La compagnia teatrale animata da Rosy Fedrici appassiona i bambini alla recitazione all’oratorio di Gandosso.

«La via delle stelle» è un indirizzo magico, che sembra uscito da una fiaba. Evoca un mondo fatto di sogni. Pare però che esista davvero, in un borgo della Bergamasca: anche per questo è stato scelto per la compagna teatrale dell’oratorio di Gandosso, un gruppo di bambini e ragazzi che sul palco imparano il valore dell’amicizia, ascolto e cura reciproca.


Sono una ventina e si ritrovano ogni sabato, guidati dalla regista Rosy Fedrici, per provare un musical che è molto più di uno spettacolo: è casa, famiglia. Un luogo dove anche i più timidi trovano uno spazio per esprimersi, i più fragili diventano protagonisti come gli altri, senza distinzioni, e chi arriva da fuori si sente subito «dentro», accolto senza condizioni.


Un nome appropriato

Il nome è molto appropriato, spiega Rosy, «perché loro sono tutte le nostre stelle». In quelle parole c’è già il cuore di questo laboratorio teatrale nato trent’anni fa e diventato, nel tempo, punto di riferimento non solo per il paese, ma anche per i ragazzi di Credaro, Grumello, Villongo e dei paesi vicini.
Tre decenni di storia, una trentina di spettacoli, forse di più, ricorda Rosy, anima e regista da sempre. Ogni musical è un mosaico di canzoni, coreografie, scene comiche e monologhi, cuciti insieme come una coperta colorata che tiene dentro tutti: bambini, adolescenti, ragazzi con disabilità, mentre i genitori diventano scenografi, sarte, tecnici, «meccanici di scena».


I bambini arrivano ad ogni incontro con un grande carico di aspettative. «Sono felice», dice Letizia, sette anni, due passati in compagnia: a lei piace «tutto», ballare, cantare, recitare, ma soprattutto stare con gli altri. Intorno a lei, altri ragazzi sorridono, qualcuno si vergogna un po’, qualcun altro parte subito in quarta. Il parroco, don Alfio Signorini, è il primo sostenitore della sua «compagnia»: «Li ho incontrati quando sono arrivato in parrocchia e penso che compongano un gruppo fantastico, con una marcia in più. Sono spontanei, pieni di energia e vitalità. E poi c’è un gruppo di adulti, in primis Rosy, che si dedicano a loro con passione».


«È bello, perché si sta con gli amici, si sta insieme», sintetizza una delle bambine, come se fosse la cosa più semplice del mondo. Lo spettacolo, certo, è importante. Ma quello che resta, quando le luci si spengono, è la trama invisibile di legami che si tessono in questi pomeriggi»


«È bello, perché si sta con gli amici, si sta insieme», sintetizza una delle bambine, come se fosse la cosa più semplice del mondo. Lo spettacolo, certo, è importante. Ma quello che resta, quando le luci si spengono, è la trama invisibile di legami che si tessono in questi pomeriggi, e l’atmosfera speciale, festosa, capace di valorizzare ognuno così com’è: le merende condivise, i compleanni festeggiati tutti insieme, le paure superate, i pianti di commozione dietro le quinte.


Se questa Compagnia continua a esistere dopo trent’anni è anche perché al centro c’è un’amicizia che ha saputo attraversare il tempo. Rosy e Maria Locatelli, che la affianca come costumista, si conoscono da ragazze, poi la vita le ha portate lontano, ciascuna per la sua strada. Anni dopo si sono ritrovate «per caso», a una cena di classe. «Ho incontrato la mia amica Maria dopo tanti anni, eravamo compagne di scuola alle magistrali - racconta Rosy -. Ho scoperto che era appassionata di trucco e di costumi. La prima volta le ho chiesto di venire a truccare un ragazzo che faceva il Gobbo di Notre Dame. Lei mi ha detto: “Se vuoi ti do una mano a cucire, fare e disfare”. E da lì è cominciata una nuova avventura». Da quel giorno Maria è la costumista ufficiale: «Mi piace - racconta - stare con i ragazzi dietro le quinte». Per i ragazzi è una presenza discreta e affettuosa e una «maga» per la passione che infonde nel suo compito, inventando costumi originalissimi. «Condividiamo tanti bei momenti - continua -, sul palco ma anche andando a mangiare insieme, oppure andando a vedere altri musical negli oratori e nei teatri».


Tutti sul palco

La «via delle stelle» parte da Gandosso ma si allunga ben oltre i confini del paese. Federico, per esempio, arriva da Credaro: ha dieci anni, è una «new entry», solo da pochi mesi, ma ha già deciso che questo è il posto giusto. Aggiunge che la cosa più bella è «guardare le persone dal palco». Quello sguardo dall’alto della scena verso la platea è un orizzonte nuovo.
Indira, undici anni, viene da Grumello. Ha scoperto il gruppo guardando un cartellone, poi è venuta a vedere uno spettacolo. «Mi era piaciuto subito e quindi ho deciso di provare», racconta.

«Ho solo visto che ballavano e ho iniziato a provare le coreografie per capire se mi piacesse. Poi ho deciso di restare»

Quando è arrivata, non conosceva nessuno: «Mi sono sentita molto bene, perché mi hanno accolto subito benissimo». Canta – con una voce che le è valsa per due volte la vittoria a un concorso canoro a Grumello del Monte – recita, balla, intreccia nuove amicizie.
Ci sono ragazzine che hanno iniziato «provando» quasi per gioco, come Beatrice, undici anni: «Ho solo visto che ballavano e ho iniziato a provare le coreografie per capire se mi piacesse. Poi ho deciso di restare». Ci sono le piccolissime, come Gianna, quattro anni, che viene da Romano di Lombardia con la nonna Maria, la costumista, e prova i costumi in anteprima, oscillando tra le gonne come in un baule dei travestimenti. E c’è Anna Maria, «un po’ timida» all’inizio, che però, raccontano le mamme: «Dopo un po’ basta, è finita, la vedi saltellare, ballare, scherzare, giocare».
«Poi abbiamo anche dei super ragazzi speciali», dice don Alfio mentre presenta Laura e Alex. Sono ragazzi con disabilità, ma qui nessuno li chiama così: sono semplicemente compagni di scena e di merenda, amici di prove e di risate.
Laura ha 28 anni, è nel gruppo da quando ne aveva sei. Ama ballare, ma le parole, soprattutto in scena, le fanno tremare un po’ le gambe: «Mi emoziono sempre», confida. Eppure, quando si tratta di salire sul palco per il ballo, con le luci, magari sulle note di Michael Jackson, è in prima fila.
Alex è «il villonghese», «il più anziano della compagnia»: 37 anni, venti dei quali passati su questo palco. In scena ha interpretato Gargamella, il terrore dei Puffi, ma anche Domenico Modugno.


«È bello il modo in cui i bambini stanno tutti insieme, con molta naturalezza e spontaneità, con amicizia e cura, senza i pregiudizi che si ritrovano in altri ambienti»

Intorno a loro, i bambini si muovono con una naturalezza disarmante. Una mamma racconta, con gli occhi lucidi: «È bello il modo in cui i bambini stanno tutti insieme, con molta naturalezza e spontaneità, con amicizia e cura, senza i pregiudizi che si ritrovano in altri ambienti».
Per i genitori, vedere i propri figli crescere in questo clima è un dono. La mamma di Federico sorride: «Lui è contentissimo, non vede l’ora che arrivi il sabato per le prove. Quando ci sono interruzioni e vacanze gli manca».
Se sul palco brillano le stelle, dietro le quinte c’è un piccolo esercito silenzioso. I papà montano e smontano scenografie, caricano e scaricano pannelli, aste, luci, sedie. «Fanno un lavoro importante», racconta Rosy indicando Michele, papà di Jacopo. È arrivato «solo quest’anno», ma già si sente parte di qualcosa di più grande.
Le mamme, invece, vivono «dietro le quinte», tra costumi e cambi veloci: «Questi ragazzi si cambiano tantissime volte» spiegano sorridendo. Poi ci sono i mercatini, le torte, le lotterie, tutte quelle piccole iniziative che permettono alla compagnia di «andare avanti a comprare i costumi, portare i ragazzi a teatro e fare tutte queste cose bellissime». Maria e le altre mamme trasformano vestiti usati in abiti di scena, maglioni in costumi da orso, cappotti in frac da serata di gala.
A un certo punto, durante le prove, don Alfio propone un gioco: «Una parola per definire il nostro musical». Una ragazza risponde: «È come una famiglia». Poi il gioco continua: «Se il nostro gruppo fosse un animale, quale sarebbe?». Qualcuno dice «una farfalla con tanti colori», una bambina sussurra «un fiore, più profumato che colorato». Laura, con la sua fantasia, arriva fino al cielo: «Una costellazione».
E davvero questi ragazzi e adulti, ciascuno con una luce propria, insieme lasciano un segno nel buio. C’è chi è più lento, chi è sempre «caricato a molla», chi scopre con sorpresa di saper cantare davanti a trecento persone.
Carol, 13 anni, suona il flauto traverso e l’ottavino nella banda di Credaro e in un’orchestra della Valle Camonica, e durante gli spettacoli suona l’inno di Mameli. «In tutti gli spettacoli che abbiamo fatto, a un certo punto lei suona l’inno e la gente si alza in piedi a cantarlo», racconta Rosy.


Prove e rinascite

Rosy non è solo regista: è narratrice, maestra, tessitrice di storie. Il nuovo musical, spiega ai ragazzi, nascerà anche dalle loro idee. Li raduna e presenta un canovaccio. Ognuno avrà una parte e potrà proporre qualcosa. Chi vuole suonare uno strumento, cantare una canzone, recitare un monologo: l’importante è che tutti abbiano un posto sulla scena, una parola da dire, un gesto da compiere. È un cantiere aperto, in cui i ragazzi imparano che una storia si costruisce insieme.
«Il nostro gruppo ha la forza e l’energia di un innamoramento», dice Elsa, che ha 44 anni e fa parte della compagnia quasi dal momento della fondazione. È una frase che sembra uscita da una poesia. L’innamoramento è quello dei ragazzi per il palco, ma anche degli adulti per questa piccola comunità, che, da trent’anni, nel teatro trova un modo speciale per esprimere cura, ascolto, amicizia e vicinanza. Un gruppo sempre aperto, sottolinea Rosy: «Se ci sono altri bambini e ragazzi che vogliono unirsi a noi, li aspettiamo a braccia aperte».
Don Alfio, che li ha iscritti al concorso diocesano dei Musical, che si è concluso ieri, parla di loro come di «un dono per la parrocchia».

La bravura non sta solo nella precisione delle coreografie o nella pulizia del canto, ma soprattutto in quell’aria che si respira all’oratorio di Gandosso di sabato pomeriggio, in un gruppo di persone comuni, bambini e adulti, che insieme decidono di credere che il talento di ciascuno - anche il più piccolo, anche il più fragile - è una luce che può illuminare la vita degli altri. Una famiglia a sipario aperto, dove ogni prova è un pezzo di rinascita, ogni spettacolo è una dichiarazione di fiducia, ogni applauso è un abbraccio, che da Gandosso arriva lontano, fino ai paesi vicini e oltre, seguendo il filo luminoso di questa via di stelle.

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