(Foto di SGP)
L’INTERVISTA. Pino Gavazzeni, Milano e la moda fino alla storia della Cit. «Bagutta progetto di stile». Giorgio? «Un amico che mi manca tantissimo».
«I ricordi sono tanti perché quando si è vecchi come me i ricordi sono il tempo che passa». Pino Gavazzeni. figlio del maestro Gianandrea Gavazzeni, ha 86 anni e nella moda ci è vissuto dentro.
«Mia mamma Mariuccia Polli era piemontese, del lago Maggiore, e suo padre, nonchè mio nonno, aveva fondato una manifattura tessile a Zogno. Impossibile non ricordarla: erano gli anni Trenta del Novecento e sto parlando della Manifattura della Valle Brembana».
«Con gli anni un mio zio molto capace, Vittorio Polli, aprì una nuova azienda: era la Cit, acronimo di Confezioni italiane Tessili. Io avevo in tasca una laurea in Legge alla Cattolica di Milano, ma mia madre aveva pensato a una strada diversa per me: per lei era importante che lavorassi con la famiglia così ho iniziato a conoscere il mondo della moda».
«Era il 1963 e quelli erano anni difficili: tanto lavoro, tanta fatica ma anche grandi soddisfazioni. Circa 10 anni dopo nacque Bagutta».
«Sapevo che era la strada giusta: volevo lanciare un nuovo marchio, sia di prodotto sia commerciale. Era il 1975: volevo una linea più moderna e aggressiva, di alto livello qualitativo. La partenza era avere un bravo stilista: trovai un giovane creativo inglese, Neville Lund, grazie alle relazioni di una Milano ricca di ispirazione e arte. Milano in quegli anni era il fulcro della moda, era vivace e ricca di stimoli. Così nacque Bagutta».
«Cene, mostre, locali serali. La moda nasceva e si scopriva qui, in quella che sarebbe diventata la “Milano da bere”. C’era voglia di innovare lo stile, di creare relazioni. Faccio un esempio: Bagutta era agli inizi e avevamo bisogno di far conoscere il brand. Una sera ero a cena con Ottavio Missoni che mi presentò il fotografo David Bailey: simpatizzammo così tanto che tra una chiacchiera e l’altra ipotizzò un servizio fotografico con le mie camicie. Io glielo dissi subito: “Sei troppo caro per me”, ma lui non battè ciglio: “Mi sei simpatico, spediscimi a Londra una decina di camicie” mi esortò, e così finimmo su L’Uomo Vogue. Il grazie va anche all’intuito di Giuseppe Mondani, per più di 50 anni in Condé Nast».
«L’Uomo Vogue era il lasciapassare. Giorgio Armani e Sergio Galeotti videro il servizio: iniziò la collaborazione con Bagutta e con Cit che dura tuttora. Anni di lavoro a ritmo forsennato, di grande serietà e correttezza professionale».
«Era rimasto colpito dalla nostra velocità nel confezionare le camicie da lui disegnate per “American Gigolò”: le nostre operaie avevano lavorato giorno e notte, ne avevamo consegnate un numero incredibile. Da lì la nostra collaborazione non si è mai fermata ed è nata anche l’amicizia con lui e la sua famiglia: non avrei mai pensato che la sua scomparsa mi provocasse un vuoto così profondo. Quando nel film Richard Gere apre il cassetto, ripenso a quel periodo: quel momento del film è ancora una grande emozione».
«Le camicie de “Gli intoccabili”, che ricordi. Armani era straordinario: appariva distaccato, ma era di una umanità sconvolgente. Era un lavoratore indefesso: con costanza, lucidità, non sbagliava mai».
«È arrivato mentre mi trovavo in una stamperia nel Comasco, alla ricerca di tessuti. Volevo un nome italiano per la nuova linea dato che a quei tempi era di moda la terminologia inglese e francese. Il nostro stilista mi ricordò che a Milano c’era una strada che si chiamava Bagutta: mi piacque subito quella parola e il suo suono tanto che il giorno dopo registrai il marchio».
«Nino Cerruti, un grande signore, Krizia non l’ho mai incrociata pur essendo entrambi bergamaschi. Ferrè era un uomo con un gusto straordinario: come Cit abbiamo fatto la sua prima linea uomo di camicie, erano bellissime. E poi Romeo Gigli, geniale e con un grande senso del colore; Helmut Lang, creativo d’eccellenza. Ricordo Karl Lagerfeld: uomo colto e gentile; Emanuel Ungaro che amava la musica. Con lui parlavamo di mio padre».
«La musica fa parte della mia sfera personale. Mio padre non mi ha mai influenzato e io sono stato troppo pigro: ho iniziato a suonare il piano a 20 anni, decisamente troppo tardi. Ma la musica è la mia vita, un pezzo di me, come l’arte. Nei primi vent’anni ho dipinto e mio padre amava i miei quadri: diceva che avevo talento. Lo dicevano anche Renato Guttuso e Giovanni Testori. Per me dipingere non era un hobby, ma tensione, linfa vitale. Dipingo ancora oggi».
«Ovviamente vesto Bagutta: è una grande storia d’amore, un successo imprenditoriale all’insegna dello stile e con un’identità in cui crediamo ancora, proseguendo con eleganza e una classe senza tempo».
«Ora vivo di ricordi e di famiglia, dei tanti amici. E poi c’è l’Atalanta, altro grande amore: con Antonio invece di parlare di lavoro preferisco tifare la Dea».
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