«Il diavolo veste Prada 2», specchio fedele di un mondo che cambia - Foto
VISTO AL CINEMA. Vent’anni dopo non ci sono solo brand di moda e una rivista fashion con una direttrice cinica e spietata. Al centro la crisi dell’editoria, i giochi di potere ma anche la celebrazione del made in Italy, di Milano mecca della moda e di come l’ingegno umano può ancora vincere.
Il «Diavolo Veste Prada 2» di David Frankel non è un film di moda. Dimenticatevi le battute sferzanti della Miranda (Meryl Streep) di 20 anni fa, i loghi urlati, quel sistema vorticoso e reverenziale del mondo del fashion che tutti noi abbiamo amato alla follia attraverso it-bag desiderate e bijoux stratosferici, cappotti sbattuti sulle scrivanie, outfit da copiare e maglioni cerulei che nel nostro guardaroba, da umane quali siamo, abbiamo avuto almeno una volta. Questo è un film sul mondo dell’editoria, su un sistema che è cambiato, su una società che frammenta e va veloce, spesso senza ben capire dove sta andando ad arenarsi.
Miranda? Troppo politicamente corretta
Miranda? Decisamente (e fin troppo) politicamente corretta, sofferente mentre arranca all’attaccapanni, viaggia in Economy e fatica a non fare body shaming. Ma è lei che ci dà lo spaccato più reale di questo film: lo sguardo è al Cenacolo di Leonardo, in una Milano celebrata come regina indiscussa della Moda, e la direttrice di Runway ci spiega come l’arte, la storia, le relazioni umane restano gli ultimi baluardi di un mondo da preservare mentre la tecnologia, le relazioni virtuali, le creazioni artificiali vogliono prendere il sopravvento spesso e volentieri in maniera indiscriminata.
A Orio flash mob con la scuola Silv
Bergamo approva e va al cinema come un po’ tutto il mondo che ha assorbito il battage promozionale fatto di lustrini, chiffon e quella sferzata di rosso che fa tanto fashion. A Orio sabato sera Uci Cinemas ha voluto dare un tocco in più con un flash mob della scuola Silv e la colonna sonora è stata ancora «Vogue» di Madonna che resta l’indiscussa protagonista di tutti i post he stanno affollando il web (non ce ne voglia Lady Gaga).
I tempi cambiano, «that’s all» verrebbe da dire, e il film non manca di sottolineare il potere degli inserzionisti, il baluardo del retail, il sogno finto-democratico di it-bag inarrivabili, desideri costruiti dal fashion-system come Emily ci spiega cinicamente
Nigel ed Emily vent’anni dopo
Alle appassionate del genere cosa resta? Ci piace Nigel (Stanley Tucci), ago della bilancia anche vent’anni dopo, custode della storia della moda, dello stile indiscusso. Ci piace la sua passione, la sua competenza, la sua capacità di individuare la bellezza e i meriti. Degli altri prima che dei suoi. Ci manca la sagacia di Miranda, ora troppo umana, troppo accessibile. E se il book resta cartaceo e Runway ha preso la strada dell’online, è però interessante l’evoluzione digitale della direttrice, quando sa bene dove fissare una notizia sui social e dare risalto a un’intervista sul web. I tempi cambiano, «that’s all» verrebbe da dire, e il film non manca di sottolineare il potere degli inserzionisti, il baluardo del retail, il sogno finto-democratico di it-bag inarrivabili, desideri costruiti dal fashion-system come Emily (Emily Blunt) ci spiega cinicamente. È rimasta lei a picchiettare una pelle troppo perfetta, tagliente nelle sue monoespressioni e decisamente strabiliante in Dior.
Fin quando durerà, fin quando la moda sarà espressione di storia e bellezza e ci saranno visionari a raccontarla. In un sistema che misura tutto, che riduce tutto alle performance, il gesto più di moda diventa quello di leggere, fino in fondo, qualcosa di vero, di ben fatto, nella scrittura e nelle immagini scelte.
Dal book cartaceo alle metriche web
La frase già cult: «Lo sai che i carboidrati condivisi non hanno calorie?»
E se nel primo film, Miranda sprezzante ci insegnava come quel maglione ceruleo era il senso di tutto, di un sistema globale dal valore di milioni di dollari, vent’anni dopo ci dà uno spaccato ancor più reale di come sta andando l’informazione, di giornali che faticano a vendere copie, metriche da monitorare, visualizzazioni da rincorrere, tra tagli ai budget che per prima cosa vanno a colpire scrittura e creatività. Dopo qualche intrigo e gioco di potere, il finale appare un po’ favolistico: tutti felici che tornano a Runway splendente di un tempo, tutte amiche a condividere anche i carboidrati («Lo sai che condivisi non hanno calorie?» vince il premio di frase cult). Ma Miranda avverte Andy (Anne Hathaway): fin quando durerà, fin quando la moda sarà espressione di storia e bellezza e ci saranno visionari a raccontarla. E in un sistema che misura tutto, che riduce tutto alle performance, il gesto più di moda diventa quello di leggere, fino in fondo, qualcosa di vero, di ben fatto, nella scrittura e nelle immagini scelte.
Il sequel, 20 anni, dopo ci dà uno spaccato reale di come sta andando l’informazione e l’editoria
Milano regina della moda
Le code al botteghino forse si aspettano una storia più glamour che amara, ma forse i sequel di sole griffe ormai sono fuori moda. Qui abbiamo abiti più di ricerca, e decisamente eccezionali, un lusso second hand che ci piace tantissimo, un tocco esuberante di paillettes che soddisfa le modaiole anni Novanta e una scena che vince su tutto: Galleria Vittorio Emanuele a Milano deserta, con solo Miranda in Armani Privè. Una celebrazione al genio e alla bellezza. Austera, incredibilmente elegante. Incredibilmente moda.
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